Italian poem
L'adolescente
by Giacomo Zanella (1820–1888)
Ha quindici anni, e l’anima s’inforsa Come nomarlo. Lo diran fanciullo O giovine i miei canti? Angelo o creta? Chè le tempeste de’ maturi giorni Già gli ruggono in core, e l’innocenza Virginali fragranze anco vi spande. Vedi con quanta tenerezza al collo Della madre si avventa, e volto il capo Guata ad un’ora timido e confuso La cara treccia giovanil che spunta Là fra i roseti del giardino. Ignora Qual sua gloria sarà; ma della gloria Già l’infiamma il pensier: non sa che brami, Ma di fervide brame un incessante Affollar lo combatte. Oh, se disciolta Gli fosse la catena! oh, se potesse Coll’aquila levato oltre que’ monti Batter l’ala a più liberi orizzonti! Al rezzo delle piante, in sul tappeto Molle dell’erbe romoroso coro Tripudia di fanciulli, a cui due lustri Ridono appena sul vermiglio viso. Lì son vividi fior, limpide fonti E cantanti usignuoli: aerea volta Tesson gli opachi rami, onde lampeggia Tremolo il sol ch’ all’occidente inchina. Ma di fiori, di fonti e d’usignuoli Al fanciullo non cal, che li calpesta O gl’intorbida o scaccia, e sull’occaso Spegnersi lascia inosservato il sole. Silenzïoso dal materno collo Si spicca il giovanetto e delle piante Nella cercata oscurità s’aggira. Fiori, fonti, usignuoli, avvolte frondi E purpurei tramonti al cor gli danno Ineffabil dolcezza: ode una voce Dall’universo uscir, che non compresa Pur nell’alma gli suona e l’innamora; Che ad altri mondi lo solleva e questo, Pur gli fa benedir dove dimora. Tal de’ mobili regni hanno confine Infanzia e giovinezza! Ha picciol’alma Lieve, incostante il fanciulletto: ardenti, Smisurati fantasimi al garzone Affaticano il core. Oh, se disciolta Gli fosse la catena! oh, se potesse Coll'aquila levarsi oltre que’ monti Navigando a più liberi orizzonti! Ma che vuoi, dell’infanzia il limitare Valicato, che vuoi, bel garzoncello? Che sogni sono i tuoi? Sogni la gloria, Sogni l’amore? Tu nol sai. Sull’erba Steso neglettamente all’accerchiante Ampia giogaia delle tue montagne Giri lo sguardo e di veder le mura Di una carcer t’avvisi. A più diffuso Lume di soli, a più largo aere aperto Alle fughe dell’ala infaticata Bramosamente aneli, e ti dibatti Contro i tuoi ferri insanguinando il petto, Giovin falco mal domo. Io non ti chiedo Che sia l’amore: tu l’ignori. Il lampo De’ neri occhi ti piace o degli azzurri? Candida o bruna è la beltà che segui Tacendo e disïando? Ami la rosa Anco nel verde calice ravvolta, O di sue pompe in sul meriggio altera? Tu nol sai: ma nell’anima indistinto T’arde un desìo d’amor, che di bei volti Fuggitivi ti popola le valli D’immaginati elisi. Oh, se disciolta Ti fosse la catena! oh, se potessi Coll'aquila volando oltre que’ monti Profondarti a più liberi orizzonti! Batte alle porte del futuro indarno Il timido garzon, che di sua vita Il certo corso ed i gran fini ignora. Altro ei non sa, se non che vago, arcano, Di battaglie foriero e di trionfi Un desìo lo divora e lo sospinge Ad ardua meta. Ei sa che a sommo i cieli Non isfolgora il sole, occhio del mondo, Perchè dell'uomo illumini i codardi Ozi e le pompe inutili e la tomba Che spregiato l'inghiotte ed incompianto Pur dagli occhi de’ suoi. Sente che il core Ha bisogno d’un core, in cui riversi I segreti suoi pianti e le speranze; Che con sè lietamente alle fumose Mura ripari di un tugurio e scorga Nelle canne la porpora; che l’ami D’un amor, qual de’ teneri poeti Spira negl’ inni e mai non vide il mondo. Cotal vaneggia il giovincel che al collo Della madre si avventa, e volto il capo Guata ad un’ora timido e confuso La cara treccia giovanil che spunta Là fra i roseti del giardino. Angusta Gli è la valle natìa: d’aria, di luce Fiera sete lo strugge. Oh, se disciolta Gli fosse la catena! oh, se potesse Coll’aquila levato oltre que’ monti Batter l’ala a più liberi orizzonti!