Versos Italian Giacomo Zanella Il sonno

Italian poem

Il sonno

by (1820–1888)

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Odo d’api pascenti Un confuso ronzio: Al bosco un mormorio Odo di chiusi venti. Ebbra l’anima nuota: Alla pupilla incerta Si scolora la nota Sulla pagina aperta.

Veggo ombrose campagne E solitari seggi: Passan pastori e greggi, Passan laghi e montagne. Per insensibil china Entra sotterra un fiume, Che lento mi trascina Sull’obblïose spume.

Dell’antro in sulla porta Lascio l’elmo e lo scudo, E mi commetto ignudo A tenebrosa scorta. Pende ignava la mano: Vacillante e sopita Ecco afferra uno strano La lampa di mia vita.

Pari alle morte fronde Che per cieco cammino, Se il grido è ver, l’Eusino Manda del Caspio all’onde, Verso la nova aurora Pe’ silenti canali, Che il sol mai non esplora, Nuotan meco i mortali.

Lasciò l’aurato manto Il tiranno sul trono, Nè schifo ha del colono Che gli remiga accanto: Al monaco il soldato Sul collo un braccio posa: Van, come cigni, allato Torquemada e Spinosa.

Del superbo pensiero Le vele ripiegate, Sotto le ciglia il vate Trattien l’ombre del vero. Che è? Lieve col braccio Sospingo un uscio eburno, E tranquillo m’affaccio A un mondo taciturno.

Rosea luce discende Da tutto l’orizzonte Più marina, nè monte Il passo non contende. Coronati di palma Sugli opulenti piani, Presso al ricolto, in calma Meriggiano gli umani.

Sacro agli oscuri eroi, Che col sangue e l’ingegno Il fratellevol regno Maturarono a noi, Sorge un tempio: co’ doni Salgon da’ quattro venti, E sugli alti scaglioni S’inginocchian le genti.

La man Bianca e la Nera Stringon d’amore il patto: Segnale del riscatto Sventola una bandiera; E come tuon si spande Sovra i mari una voce: «Cristo risurse: grande Regna omai la sua Croce.»

Trasalendo mi desto. Ah, perchè farsi oscuro Veggo il divin futuro Ne’ sogni manifesto? Perchè, se l’ombra agguaglia Tutti i nati d’Adamo, All’antica battaglia Col novo sol torniamo?

Perchè riprender gli odî Col riprender de’ panni? Perchè schiavi e tiranni Gareggiar d’astî e frodi? Pari, quando la testa Chiniamo in su’ guanciali, Se la ragion si desta Più non saremo eguali?

A più lontana spiaggia, Per via men conosciuta, Frettolosa la muta Del tempo onda vïaggia. La sconsolata riva Ombran foschi cipressi: April mai non ravviva I gelati recessi.

Là degl’imi e de’ grandi Rompono le fortune: Sulle temute dune Giaccion porpore e brandi: E l’anima soletta, Simile a pellegrina Che a tergo il nembo affretta, Verso altro ciel cammina.