Italian poem
Il Cantico di Debora
by Giacomo Zanella (1820–1888)
O prodi che al folgore De’ brandi, dell’aste Il petto magnanimo In campo snudaste, Ne’ rischi con giubilo Poneste le vite, A Dio benedite.
Porgete l’orecchio, O prenci e regnanti: Io son che glorifico Il Santo de’ Santi; Al Dio degli eserciti Io Debora, io sono Che il cantico intuono.
O Signore, quel dì che alle spalle Di Seìr ti lasciasti la valle, E d’Edòme per l’ampia contrada A’ tuoi servi segnasti la strada. Spaventata diè un balzo la terra Che ti vide discendere in guerra; Cieli e nubi si sciolsero in fonti; Come cera si strussero i monti; Tocche al vampo dell’ira divina Dileguaro le balze del Sina.
Ma nell’età di Sangaro, Ne’ giorni di Iaele Le vie maestre tacquero Deserte in Israele: Tremando i passeggeri Battean torti sentieri, Finché terribil sorse Debora in guerra, e madre Impavida soccorse All’invilite squadre.
Dio nove pugne elesse, Dio gli orgogliosi oppresse. Quarantamila in campo Trasse Israel: ma nudi D’aste venian, nè scampo Avean d’usberghi e scudi.
Voi, voi, gran duci, appello, Salute d’Israello! Voi, voi, che del nemico L’ire sfidaste, al Santo, Al Dio di Abramo antico Lieto intonate il canto.
Cantate le sue glorie, Dite le sue vittorie Voi che premete in corso Di bianche asine il dorso; Voi che sedete al fôro Maestri della legge, Magnificate in coro Colui che ne protegge.
Dove allo scontro orribile Giacquero i carri infranti; Dove il torrente esanimi Volve cavalli e fanti, Cantiam, cantiam le glorie, Del Dio delle vittorie, Terribile a’ protervi, Benigno co’ suoi servi. Spezzate le ritorte La gente allor convenne Festosa in sulle porte E ’l principato ottenne.
Sorgi, Debora, sorgi, il canto intuona; Sorgi, Debora, all’inno impenna il vol; Sorgi, Barac fedel; sorgi, imprigiona I vinti tuoi, d’Abinoàm figliuol.
In salvo d’Israel sono gli avanzi; Co’ servi suoi l’Altissimo pugnò; Ei che col braccio d’Efraìm pur dianzi D’Amalecco le file esterminò.
Uscì da Beniamino altro leone, Pur terror di Amalèc: mandò Machir I suoi prenci alla pugna; e Zabulone I duci ad Israel scese ad offrir.
Venne Issacàr: nè scolorossi in viso Barac, il forte, delle trombe al suon. In contrari voler Ruben diviso Fra’ suoi prodi agitò vane tenzon.
Che stai, che stai fra due confini assiso, Mandrïan delle gregge intento al suon? In contrari voler Ruben diviso Fra’ suoi prodi agitò vane tenzon.
Oltre il Giordan guardò vilmente il nido Galad, nel Dan le navi sue lasciò; Del mare si ritenne Àser sul lido E ne’ porti al terror schermo cercò.
Ma Zabulone e Neftali di prandi Vil desìo non trattenne, e dal Tabor Sulle pianure di Meròme a’ brandi Nemici il petto scesero ad oppor.
Vennero i re; con noi pugnaro; accanto All’acque di Megiddo alto pugnâr; Ma de’ re Cananei fu stolto il vanto, Chè nè un’oncia d’argento indi portâr.
Dal ciel per noi pugnarono Amiche le procelle; Schierate incontro a Sisara Pugnarono le stelle. I monti de’ cadaveri Nell’onda sua repente Trasse il Cison torrente, Trasse il Cisonne, all’imo Travolse il Cadumimo. Anima mia, calpesta, Calpesta i glorïosi Che contro Dio la testa D’inalberar fur osi. Ove son essi? L’ugna Tritossi de’ cavalli, Fuggendo dalla pugna
Per dirupati calli I più valenti! ansanti Van pe’ burroni erranti.
Ma di Mezor maledetta, Disse l’Angiol, sia la terra; Sia la gente maledetta Che non surse al suon di guerra; Co’ guerrier non si son misti Ne’ conflitti del valor; Co’ fratelli non fur visti Alle pugne del Signor.
Fra le donne benedetta In eterno sia Iaele, La pudica, la diletta Del Cineo sposa fedele; Benedetta la tremenda Che Israele francheggiò; Benedetta nella tenda Ove Sisara prostrò.
Venne e d’acqua ei la richiese. Fior di latte in regal vase Ella incontro offrì cortese, Come il ciel le persuase. Colla manca strinse un chiodo, Colla destra un maglio alzò,
E, spiato al ferir modo, Nelle tempie gliel cacciò.
Traforolle. Al suo cospetto Si scotea divincolando; Trambasciando, sanguinando Si torceva il maledetto, Finché giacque in abbandon Fiero ingombro al padiglion.
Dalla finestra protendea lo sguardo La madre intanto e lo chiamava a nome. Perchè non giunge? come Il vol di sue quadrighe oggi è sì tardo, Di sue quadrighe il vol che il vento avanza? Ululando dicea nella sua stanza.
La maggior delle ancelle a confortarla Allor così le parla: Or dividon le prede: immense prede Essi forse non fero? Una donzella, Due donzelle a ciascun; ma la più bella A Sisara si dà. Di ostro superba E di rubini screzïata e di oro Per Sisara una veste si riserba; Ei già vi passa la cervice, e riede Grave le terga di regal tesoro.
Peran così, Signore, Perano i rei! Ma quanti Ti aman di saldo amore, Fulgor di gloria ammanti, Pari al fulgor che splende In volto al sol che in orïente ascende.