Italian poem
Il lavoro
by Giacomo Zanella (1820–1888)
Col sole che al monte le cime colora, Si leva l’artiere che all’opra ritorna. Il mantice stride; l’incude sonora A’ torpidi intuona: sorgete, chè aggiorna.
Nell’umida zolla discende feconda Del sole la luce che il germe matura; S’imporpora il grappo: la mèsse s’imbionda: Il desco a’ mortali prepara natura.
Rivale del sole, dell’uomo la mano Nel pigro elemento trasfonde la vita; D’ascosa ragione strumento sovrano, L’inerte materia coll’Util marita.
Levate, fratelli, levate la fronte Nell’opra compagni dell’astro gigante, Che indura la quercia sul dorso del monte Che spento carbone ralluma in diamante.
Da’ colpi domata del vostro scalpello Il fregio riceve la pietra ritrosa; L’indocile acciaio si arrende al martello; Tagliata nel legno si schiude la rosa.
All’opra d’un solo ben ricca mercede Di mille vien l’opra: di scambio fraterno Per lunga catena ciascuno possiede Il pane pe’ figli, la veste pel verno.
All’uopo comune per l’acque lontane, Anello de’ mondi, la nave cammina, Che al vostro telaio riporta le lane A’ fiumi deterse dell’ultima Cina.
Volate, fratelli, volate al lavoro Che in fervide gare lo spirito affranca; Il tempo è ricchezza; le braccia tesoro Che abbonda a’ volenti, che usato non manca.
De’ ferri al rimbombo più larga nel core Ribolle la vita, com’onda battuta: Se taccia dell’arti l’allegro romore, In freddo deserto la terra si muta.
Fuggiasco da’ piani che riga il Missuri, A stirpi più degne serbato retaggio, Sonar ne’ suoi boschi d’Europa le scuri Intende dappresso l’ignaro Selvaggio.
Con fauci fumanti, con ala di drago, Che il fianco ha precinto di folgori e tuoni, Ascender rimira pel trepido lago Il nero naviglio de’ lesti coloni.
Superbo dell’arco, l’aratro e la spola Meschino respinse che industria gli porse; Presago di morte, da’ campi s’invola Che in vana contesa cacciando trascorse.
A’ mari mugghianti d’eterne tempeste, A’ gialli paduli cruccioso discende: Sull’erme scogliere che l’alga riveste, Di fame a morirvi, raccoglie le tende.
All’aure frattanto che corrono Irlanda, La provvida vela discioglie il piloto Che un popol di forti che pane domanda, All’isole guida dell’Austro remoto.
Si tolser piangendo dal vecchio abituro, Dal rustico altare di nevi coperto; La fede nel core, negli occhi il futuro, Traversan dell’acque l’immenso deserto.
Pregato conforto ne’ pavidi esigli L’antico pastore co’ mesti si asside, E dice: dovunque Dio pasce i suoi figli; Dovunque a’ gagliardi fortuna sorride.
A’ greppi divelta dell’alpe natale In rive migliori la pianta si attrista; Ma sotto ogni cielo l’errante mortale Con vomero e pialla la patria conquista.
Pel suolo maligno che il pianto dell’uomo Feconda per l’uomo torpente nel fasto; Per l’aer nebbioso, pel sordido pomo, Ne’ squallidi inverni miserrimo pasto;
Un mare n’attende che splendido ondeggia Fra mille isolette di palme vestite; N’attende un terreno che accoglie la greggia, Al gelso benigno, benigno alla vite.
Intatte miniere perenni alimenti Ministrano al foco: dall’alte pendici Rimbomban cadendo non visti torrenti Che attendon la rota de’ nostri opifici.
Le spesse foreste da’ vergini flutti Eleva il corallo che al mondo, ch’invecchia, Nell’ospite letto di pelaghi asciutti D’imperi venturi le sedi apparecchia.
Da’ pingui novali col volger de’ lustri Io miro i nepoti discendere al lido, Che fieri di cento repubbliche industri, Pur memori ancora del nordico nido,
Ritornano al porto con aurei vascelli, Al porto cui nudi ier demmo il saluto; Ne’ fôri vetusti co’ grami fratelli Dividon concordi d’un mondo il tributo.