Italian poem
Due vite
by Giacomo Zanella (1820–1888)
Chi di te più solingo e miserando, Celibe antico che, a’ tuoi dì migliori Il santo nodo marital sdegnando,
Bevesti al nappo di venali amori? Chi di te più dolente? Il capo imbianca; Ma non doman le nevi i vecchi ardori.
Furor vano di prede agita e stanca Il morente lione. Ecco affannoso T’è ’l respiro; la vista ecco ti manca.
Da ree memorie combattuto e roso Sui profumati serici guanciali Hai querula la veglia, ansio il riposo.
Divorasti la vita. Ora i tuoi mali Narri a’ sedili del deserto tetto E l’alto cruccio in empi motti esali,
Sol ne’ spasimi tuoi, senza l’affetto D’una fida che accorra al tuo richiamo, Ombra spirante; e t’è già tomba il letto.
Tale nel verno sovra nudo ramo Per morire si posa, al dubbio lume Crepuscolare, augel vetusto e gramo;
Trema alla brezza che raggela il fiume, E meschiata di neve ad una ad una Le logore si porta ispide piume.
Allegra intanto alla capanna bruna, Laggiù nella vallèa, del pio villano La bella famigliuola si rauna.
Dal dì che alla sua Lena ei diè la mano, Cinquanta volte nel sudato campo Crescer mirò, nè sol pe’ figli, il grano.
Splende il camino: al crepitante vampo Del ginepro festeggiano la santa Notte in cui dal ciel venne il nostro scampo.
Di lauro intorno un’odorata pianta Di rosee poma onusta e di ghirlande Lo sciame de’ fanciulli esulta e canta.
Innocenza le povere vivande Di mêl cosparge; e fra i nepoti in festa L’avolo intenerito il suo cor spande.
Poichè tanta ne’ suoi vita gli resta, (Sia l’ultimo anno, o più fïate il crine Vegga ancor rinnovarsi alla foresta)
Di sè contento, appiè delle colline Su cui già biondo conducea la gregge, Placido attende de’ suoi giorni il fine.
O natura, natura! Alla tua legge Ben saggio è chi si arrende; e d’uno schermo Amoroso i caduchi anni protegge!
A pio figlio appoggiando il fianco infermo Or visita le mèssi alla campagna; Or la chiesuola villereccia e l’ermo
Recinto, dove la morta compagna Di sotto l’erba con sommessa voce A sè lo chiama e del tardar si lagna.
Cede al pondo degli anni; e non gli nuoce Se sculta in oro lapide fastosa Non ricopre il suo fral: sotto una croce,
Che la Fede infiorò, meglio riposa.