Versos Italian Giacomo Zanella L'alcione

Italian poem

L'alcione

by (1820–1888)

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Al nocchier dell’Argolide che il fine D’ingrati ozî saluta e si dispone Correre i porti dell’egee marine,

Dolce la melanconica canzone Sciogli, o vago augellin, che lungo i lidi, Già serenati, alla miglior stagione

Sui muschi e le natanti alighe i nidi Pensili intessi e li accomandi ai mari Che tante volte hai pur trovati infidi.

Anche appiè del Vesuvio i casolari Atterrati ricerca e pon le mura Forse sulle ossa di sepolti cari,

Il villanel che più gagliarda cura Avvince al suol che nascere lo vide E più sacro gli ha fatto or la sventura.

Piano, come cristallo, il mar sorride; E tu sovresso il nido e della spuma Poco curando che il tuo dorso intride,

Con occhio immoto e con immota piuma Osservi il pesciolin che l’esil testa Riscalda al sol che il pelaghetto alluma.

Mite Alcïòne! Te solinga e mesta Di scogli abitatrice i naviganti Dissero un giorno: e te della tempesta

Chiamâr foriera di Parnaso i canti Che del nembo ti dier mente divina, Vedovil gonna e di un mortale i pianti.

Perocchè della florida Trachìna Presso il maliaco seno e la pendice Öetea ti cantavano regina

Di porpore e d’immenso oro felice; Ma che nullo tesor ti fu più caro Che gli occhi vagheggiar del tuo Ceice.

Ben le ginocchia un dì ti vacillaro, E tramortita reclinasti il collo, Quando il tuo sposo navigando a Claro

Per consultar gli oracoli di Apollo, Al tuo cor si togliea che anco non era De’ primi baci d’imeneo satollo.

Sciro aveva trascorso; e già si annera Il ciel tutto e fracassa arbori e prora Di traverso ruggendo la bufera.

Ceice colla gente il mar divora, Ceice che con labbra moribonde Alcïòne, Alcïòn chiamava ancora.

Son deserte le sale un dì gioconde D’inni e di danze. De’ suoi fati ignara, Pur accorata Alcïone le bionde

Chiome discioglie e di Giunone all’ara D’inesaudita lagrima cospersi Doni tributa; e di sua man prepara

Bello di seta e di color diversi Per le membra dilette un manto adorno, Per le membra che a’ mostri esca già fersi.

Già due fïate rinnovato il corno Avea la luna, e la dolente a Giuno Chiedea con raddoppiata ansia il ritorno

Di Ceice che intanto lungo il bruno Di Lete fiumicel colà movea Onde si nega che ritorni alcuno.

Allor dello stellato etra la Dea Commiserando i lai della donzella Che pianti e preghi inutili spargea,

A sè l’alidorata Iride appella E, Vanne, dice, alla magione ombrosa Vanne del Sonno, o mia fidata ancella;

E dilli che l’immagine dogliosa Appresenti del naufrago consorte A quella abbandonata e non più sposa.

Iride entrò le tenebrose porte. Al repente fulgor ch’empie la grotta, De’ lievi Sogni fluttua la coorte,

Che riversati, svolazzando in frotta Senz’altra voce che il fruscìo dell’ali, Fuggon tremando ove ancor l’antro annotta.

Co’ papaveri al crin, sovra guanciali Oscuri più dell’ebano sbadiglia Il domator de’ numi e de’ mortali,

Che sollevando le gravose ciglia E sovra il sen ricadendo col mento, Tende l'orecchio alla taumanzia figlia.

Tu dormivi, Alcïòn; ma tratto a stento Il tuo respir gemea; dall’egro aspetto Traluceva dell’anima il tormento.

Ed ecco appiè del doloroso letto, Squallido, ignudo, ma col suo sembiante Starsi, orribile immago, il tuo diletto.

Di verde acqua la barba avea stillante, Stillante il crine: il labbro illividito; Tumida l'epa e tumide le piante.

Or che dirò come correndo al lito E sovra l'onde galleggiar la spoglia Mirando dell’esanime marito,

Ella cieca d’amor, cieca di doglia Si perigliava in mar? Come la Diva Cui di fiori solea cinger la soglia,

L’agil omero di ali le vestiva E le donava l'amorosa nota Che fa de’ mari risentir la riva?

È pur dolce all’argolico pilota Che fra l’isole egee drizza le vele, Quando sull’alba è la marina immota,

Salutar le costiere, a cui fedele L’aura dell’Ellesponto ancor ripete L’ardente inno di Saffo e le querele.

Dolce è pur torsi ad un’età che sete Sol ha di lucro e fredda intende al vero; E seguir l’ombre dilettose e liete

Che a’ spenti lumi sorridean di Omero.