Italian poem
Bacio di Giove
by Giovanni Prati (1814–1884)
. . . sunt larea Tonantis oscula. Corcossi Giove sulla madre Terra, che, di bellezza giovanii vestita, dormia sommersa neH’ambrosia luce. Sotto l’insania del divino amplesso, ella fu pregna e partorí la schiatta dei futuri giganti. Eran dapprima pargoli in grembo di petrose cune, nutriti ai fochi dell’Olimpo e ai venti della rigida selva. Orma di riso però non apparia su quelle fronti. non luceva in quegli occhi orma di pianto; e, il di che uscir col giovinetto piede tentando i passi, trepidar d’intorno a quelli strani e nomadi fanciulli la montagna e la valle. E quando il giro di piú lune fu vólto, essi in altezza superaron le querce, e il minaccioso tauro in possanza, e nelle tetre fami la lupa e il tigre ne’ fulminei sdegni. Quindi tesero gli archi; e il primo sangue stillante fuor dalla portata preda scaldò del fiero cacciator le spalle. Fumar nelle caverne e sulle rupi, coronate di falchi e di bufere. le mense enormi; e sui villosi petti de’ coloni le figlie e de’ pastori iinparáro il connubio. Indi risolta tra i frassini del Pelio e dell’Olimpo fu la perfidia, e cominciò la pugna dei fulminati. E Prometèo sull’Ida la grifagna tormenta, e nel macigno urla Encelado sempre, e Fiegra tutta de’ combusti cadaveri nereggia. Questo fruttò dalle incestate nozze e dai baci di Giove. E non per tanto ridon nell’aria le gioconde stelle, ornano a’ fior le giovinette il crine, e ai vivi e ai morti le materne braccia, mentre cantan le Parche, apre la Terra. Figli siam noi di questi padri! e pace a noi l’avara caritá de’ numi consente appena in quello stesso grembo che produsse il misfatto. O bella emersa dalle spume del mar, bella Afrodite, fior di Cipro e di Milo, i di son brevi: tu ce li allegra. Della vita il nappo sente d’amaro; e tu ce lo incorona di molle ambrosia. A noi l’ultima luce spunta imprevisa: non lasciar che il nembo del suo tristo color ce la dipinga sul cristal della stanza ove domani piú non saremo. Benedetti i pochi che s’alzaron nell’armi, e al ferreo squillo delle trombe guerriere han dato in campo l’anima e il sangue! Nel felice Eliso giá raccolti son essi; e, se non mente la parola de’ tempi, al capo in giro recan la fronda che i piú degni eterna.