Versos Italian Giovanni Prati Armonia exacordale

Italian poem

Armonia exacordale

by (1814–1884)

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Pace, saturnio omuncolo, e di tentarmi cessa. Mistero al mondo, ascondita a me rimango io stessa. Ospiti miei da secoli son la rugiada e il nembo; nel mio divino grembo nuota la luna e il sol. Vibro d’immense musiche, d’immensi ardori avvampo, reggia alle stelle e campo degli uccelletti al voi. Opro; e de’miei miracoli non cerco il (piando o il dove; né la gran Causa interrogo che ad operar mi move. Apro alla rosa il calice, squarcio alla nube il velo, sposa del foco in cielo, suora dell’onda in mar. Segue la morte a struggere gli enti caduchi o infermi: spirito immenso, i germi io seguo a fecondar. A te che giova, immagine di frasca inaridita, gran morituro, intendere da me che sia la vita? Dentro mi cresce un palpito ogni disfatta spoglia, e dal mio sen germoglia un’erba verde o un fior. Languido o reo, s’assidera il sangue tuo nel verno; dolce, illibato, eterno il mio mi balza in cor. Di Cani ardenti o d’Iadi il tuo vii corpo è gioco. A me lavacro è il turbine, divina ambrosia il foco; e il tuo vigneto imporporo, e t’ofiro in òr la spica, tua mira madre antica, ma ignota dea per te. Le tue perpetue favole orno di dolci incanti, tesso allo schiavo i manti, ma non conosco il re. Spiro nel grembo all’aere, ardo alla terra in seno. Movo gli eterni pelaghi, nel tuo pensier baleno; e forse in piú terribile liamma me stesso ascondo; forse la vita e il mondo da quella fiamma usci. Le virtú mie non penetra possanza di vivente, raggio mortai di mente non numera i miei di. S’io cominciato ho l’Essere, se finirollo io mai, perché mi chiedi, o spirito, tu, che di te non sai? Ignoto è ciò che termina, ciò che comincia è ignoto: segui, movente e moto, né investigar di piú. Ciò, dopo attriti i carceri, sará palese all’alma, se dalla spenta salma vivo balzar puoi tu. Mar di nefanda origine, pria d’irrorarti i lumi, asilo a mostri e nitido porsi lavacro a numi. Lungo i maggesi c i pascoli modulo i glauchi passi; torco il corallo ai sassi, cresco alle selve in crin. Volo; e spiccar dai margini i tuoi portenti io miro; ma del mio vasto giro tu non sai dirmi il fin. Premio al natal di Venere, da fango o da maremma il Sol mi sugge, e l’Iride figlia del Sol m’ingemma. Lacrima e sangue, ho un’anima d’aria e di foco in dono: vita ed eccidio io sono, ma non so dir perché. Bada, o nocchicr: m’è incognito se allegre mense in porto, o compirai, tu morto, freddi imenei con me. Piede ho di capro, ancipiti corna e sembianze umane: alita il mondo e l’erebo in me, terribil Pane. Padre di fauni, olimpica forza di selva c monte; bello e funesto ho il fronte né in me conosco etá. Sono un tuo vii fantasima o nume orrendo e vero? son opera e pensiero o scherno e vanitá? son d’elementi involucro od elemento anch’io? di fèra e d’uoni compagine, copulo il nulla e il dio? Etere e sol m’accendono, terra mi veste e flutto: ma, s’io davver son Tutto, qual dee di noi servir? son io? sei tu? Rispondimi, mortai superbo e scaltro: sappiam noi due far altro che vivere e morir? Ciò ch’io misuro e novero, ciò che pesar m’è dato, è una letizia o un gemito del mio futuro stato? Seme in balia d’un vortice, che infaticabil erra, sarò vii fiore in terra, o splendid’astro in ciel? Su chete aure s’adagiano gli estinti padri almeno, o pallid’ombre in seno di non crucciato ostel? Sono artifizio o artefice passante od infinito? Favolai meco, o un angelo mi die’ la legge e il rito? Profeta e re, gli oracoli dell’universo io scrissi? o in piú profondi abissi qualch’Un me li insegnò? Quest’Un, quest’Un mi circola dovunque, e non lo vedo; quest’Un lo sento e il credo, ma ciò che sia non so.