Versos Italian Giovanni Prati Carina di Nole

Italian poem

Carina di Nole

by (1814–1884)

Listen in the reader

Al rezzo dei frassini ombranti la china, disciolta sull’ómero la treccia corvina, con queste parole, nell’ore piú sole, si sfoga la povera Carina di Noie. — Pianeti, ascoltatemi. La madre mi è morta; mio padre sui cardini fe’ strider la porta, e usci muto muto, non diemmi un saluto: lo fanno in America, né piú l’ho veduto. Un perfido numero tirò l’amor mio. Le trombe squillarono, e andato è con Dio. Dal duol semiviva, pregai che mi scriva, e attendo una lettera che mai non arriva. Di biade e di pampini fioria cosi bello: cascata è la grandine sul mio campicello. Dell’erbe piú grame or bolle il mio rame, e forse m’immagino che il verno avrò fame. La zolla piú sterile, o rondine amica, germoglia per pascerti un’erba e una spica. Nell’aere lanciata volante beata, io pure una rondine perché non son nata? Ché almen sovra Pagi li mie piume vorrei le stelle commovere co’ gemiti miei. Poi teco volare sui campi e sul mare, mio padre e quel tenero mio Sandro a cercare. Ma qui, sotto il rigido flagel dei bisogni, col cor che s’abbevera di tosco e di sogni, indarno promessa, sperduta ed oppressa, nei cenci dell’orfana, che far di me stessa? Ben posso racchiudermi tra sacre pareti, ma troppo mi piacciono quest’aure e i pianeti ; e in chiostre di gelo, traverso ad un velo, che giovano i zeffiri e gli astri del cielo? Ah! il meglio sarebbero due ceri e una cassa. Nei di delle lacrime felice chi passa ! O Morte, o mia bella, mia dolce sorella, deh ! vieni a far vedova la stanca mia cella. Ma pommi nel fèretro quel fior d’oleandro, che pria di partirsene m’ha dato il mio Sandro. Piú cheti si muore col fior dell’amore, che, tristo, ma vergine, ci dorma sul core. — Al rezzo de’ frassini ombranti la china, disciolta sull’ómero la treccia corvina, con queste parole nell’ore piú sole si sfoga la povera Carina di Noie. Un di sui vestiboli del tristo abituro comparve alla giovane un angelo oscuro. Dall’atre pupille, indarno tranquille, tra il fumo scoppiavano maligne scintille. — I! padre tuo cupido coll’ór si trastulla, né piú ti rimemora, deserta fanciulla. L’amante tuo vago scordò la tua imago, siccome una nuvola che passa nel lago. i°5 Il Dio, che tu supplichi, ormai ti prepara ghirlande di triboli al capo e alla bara. Fanciulla, rinnega i l u lá ti 1 uá congrega. Mutato è il tuo vivere, se meco fai lega. Sull ’ali del turbine verrai, pellegrina; di cento metropoli ti faccio regina. Marchesi e baroni vedrai ginocchioni, al piè deponendoti le spade e i blasoni. Fien cedri del Libano le travi del tetto, smeraldi e crisòliti le borchie del letto, di porfido intesti gli strati che pesti, di bisso e di porpora le bende e le vesti. Ti dono uno strascico di schiave e donzelli, quadrighe ed alipedi, foreste e castelli; poi verga di maga, che tosto t’appaga di quanto desideri, se d’altro sei vaga. — Ciò detto, mandavano sorrisi inameni le labbra del dèmone, e gli occhi baleni. . Poi l’orma sua tetra, picchiando la pietra, schizzava una livida fiammella per l’etra. Mozzata in un gemito le cadde la voce. Ma, chiuse le pálpebre, fe’ un segno di croce; e l’angelo stolto, sbattendosi il volto coll’ali di folgore, fu in fumo disciolto. Ma il fiero spettacolo die’ un crollo alla vita. Carina da sibili notturni è atterrita. Le corron sui vetri gran file di spetri ; nei fusti degli alberi paventa ferètri. Col vecchio martirio la nova paura scompose la fragile celeste figura, che parve tra breve un’ombra di neve, che presto disperdere nell’aria si deve. E infatti, sul vespero d’un giorno di maggio, s’accorse che tacito veniva il passaggio, e il capo depose fra un cespo di rose, e. come un fantasima, il sol le si ascose. Di lá dall’ocèano quel padre è tornato, e indarno all’esanime la fossa ha baciato. Di sé si martira, la chiama e sospira; ma l’urne non s’aprono che al giorno dell’ira. Sognando i suoi talami, rivien dalla guerra l’amante, e lo aspettano due zolle di terra. Due zolle soltanto son cóltrice e manto al viso dell’angelo disfatto nel pianto. Ma sovra quel cumulo d’erbette innocenti soavi susurrano le penne dei venti. Sovr’esso la luna piú mesta s’imbruna qual madre che vigili, piangendo, a una cuna. La notte, fra i margini di via Chialamberto, con fresche campánule sul crine per serto, spezzato il riposo del tumulo erboso, si leva quell’anima, chiamando lo sposo. — Sui lembi dell’aere con piume al cappello, passata è rimaglile di Sandro mio bello. O Sandro, t’alTretta sul cor che t’aspetta. Di nozze favellami: son troppo soletta. — Ma a lei non rispondono die l’onda che strepe, e l’aura che vagola fra i salci e la siepe. — Ah! il tempo c tremendo, se indarno t’attendo. — E al verde suo fèretro ritorna piangendo. E il nembo ve! turbini o il ciel ve lo piova, a mane sui cespiti un fior si ritrova. E il tutto indovina chi lá s’avvicina, e pallido mormora: — Qui dorme Carina. —