Versos Italian Giovanni Prati Canto della Parca

Italian poem

Canto della Parca

by (1814–1884)

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— Del sole il lume, torbido o gaio, percota i vetri del tuo stambugio: io qui nell’ombra sul mio telaio traggo il diverso fil de’ tuoi dí; e il mio travaglio non soffre indugio, ché il Tempo, austero guardian, m’incalza, e, ad ogni novo mattin che s’alza, sempre lo sento gridar: —Son qui. — Fanciul di Pirra, non ti lusinghi un lieto maggio di brevi istanti: l’amaro verno coi di solinghi portico e tetto ti fascera. Tracanna pure nappi spumanti, ma indugiar l’opra non ti riesce; di filo in filo la trama cresce e la mia spola tregua non ha. Sul far dell’alba la lodoletta, che al tuo balcone per caso arriva, . del mio telaio, che si raffretta, ode il susurro che scordi tu; e, via recando per l’aria viva di sua letizia l’ultima nota, come chi teme di cosa ignota, sul tuo balcone non torna piú. L’amor sinanco, festivo iddio, se con la fresca sua man di giglio t’adorna il letto, dove un oblio tu vai cercando del tuo dolor; turbato in viso, lascia il giaciglio, sentendo il colpo della mia spola, e agli odorosi suoi boschi vola, ombrato il fronte di mesti fior. Fa molto gelo nella tua stanza, e assiderate quasi ho le mani: pur senza tregua l’opra s’avanza allo stellato lume del ciel. No, non turbarti. Presagi arcani cantato ha il gallo, ma son benigni: non vola strige sopra i culmigni, e il mio telaio non t’è crudel. Però con moto costante e fido gira la spola da ritta a manca, né il mutar cielo, né il mutar nido muta una trama del tuo destin. Con una veste bruna e una bianca se stai, rimango, se vai, ti seguo; e, quando pensi ch’io mi dileguo, conto ogni miglio del tuo cammin. Sui vecchi libri della saggezza reclina il capo, se pur ti piace; ma la mia spola giá non si spezza, ma il mio telaio franto non è. Di false glorie, di falsa pace, di sogni falsi crescon le trame, sin che dei morti verso il reame tu devi un giorno venir con me. Sarò quel giorno biancovestita con rose al capo, siccome a festa; e, nel condurti fuor della vita, l’ultimo canto ti canterò. Qui sul mio seno porrai la testa; e, circonfusi d’un’aura blanda, traverseremo la trista landa che Giove ai morti predestinò. Figli di Grecia, figli di Roma, figli d’Italia tu lá vedrai con quella verde foglia alla chioma, che fu il piú bello de’ tuoi sospir. Ma, poiché l’ora tu non la sai, segui, fanciullo, segui il tuo canto: pettine e spola suonano intanto, perché il travaglio si dee compir. — Qui chiuse l’inno la bella Parca, e fuor coi mirti parlan le rose. pel freddo Olimpo la luna varca, riso dei monti, gloria del mar; e della selva, fra l’ombre ascose, mentre le ninfe danzano il coro, la spola e il grande pettine d’oro nella mia stanza segue a suonar