Italian poem
Casa Savoia ovvero i conti di Viú
by Giovanni Prati (1814–1884)
Lá di Viú nella tacita valle tra le frasche d’un ampio noceto, da un dirupo ombreggiata alle spalle, una casa antichissima appar. Or ne penzola l’embrice vieto, lungo i muri va l’edera attorta, e sul rotto fronton della porta il ramarro si vede passar. Narra il vulgo che quattro fratelli ospitò la murata caverna: tutti quattro giá bianchi i capelli, ma gagliardi e innocenti pastor, che il pan bigio e la fresca cisterna davan sempre e il lettuccio di strame a qual sia che dal vasto reame mensa e ospizio cercasse fra lor. Nati in ripa alla Stura sonante, ei domavano l’onda col nuoto; tra le antiche selvatiche piante recidevano all’aquile il voi. Tutto il resto del mondo era ignoto a quei quattro vissuti lungh’anni nella gloria de’ ruvidi panni e abbronzati dal vento e dal sol. Addobbavan le scabre pareti qua di lupo, lá d’orso una zampa; qua archibusi fra i zaini e le reti, lá in un canto de’ cani il covil. E diceansi, raccolti alla vampa crepitante di cerri e di faggi, sante istorie, vetusti coraggi, in austero fantastico stil. Una notte che i buffi del vento fean la Chioma fischiar della selva, di san Giorgio e del drago l’evento un di lor s’era posto a narrar. L’altro a sé d’un’esanime belva fea sgabello con placido scherzo; suscitato era il foco dal terzo; stava il quarto i suoi veltri a cibar. Ecco s’ode picchiar quattro volte, e lá apparve una giovin sibilla. Agil piè, nere pálpebre e folte, vesti azzurre e nerissimo crin. Salutoni, poi disse tranquilla: — Su! messeri; elevate le fronti: quattro belle corone di conti sta per voi preparando il destili — Indi sparve. E repente s’intese per quell’aure uno squillo di corno. Di Savoia era un duca cortese, costumato salir colá su con molossi e con arme d’intorno per far caccia de’ lupi e degli orsi; poi solea nella notte raccórsi tra quei quattro pastori di Viú. Il piú vecchio di lor, messer Banco, per vegliar sovra il prence in securo, colla sua carabina da fianco sovra il bruno porton si piantò. Cinque audaci assaltar l’abituro, non si sa se per preda o per ira: messer Banco li tolse di mira, due ne spense e quegli altri fugò. L’indomani, dell’ospite augusto mancò il piè sul ciglion d’un dirupo: ratto accorse colá messer Giusto, e alle fauci di Morte il rapi. Dai cespugli famelico un lupo giá saltava alle spalle del duca: la sua daga snudò messer Luca, e sul salto la belva peri. L’ampia Stura trascorrere a guado a quel prence arditissimo piacque. — No, mio prence — sciamò messer Grado — no, mio prence: quel flutto è infedel. — Ei non bada; e la tromba deli’acque giá lo trae, lo avviluppa, lo serra: messer Grado si slancia, lo afferra, lo rimena al bel lume del ciel. Liberato dai quattro perigli di Savoia il buon duca, alla sera li raccolse, e proruppe: — Miei figli, qui d’accanto ponetevi a me. Vi do brando, corona e bandiera; quattro nobili conti voi siete; pari a pari con me siedercte, come siedono i principi e i re. miei padri sul campo e alla corte han creato assai conti e marchesi; ma quadriglia piú bella e più forte nei lor Stati giammai non brillò. Da qual sangue voi siate discesi, da voi pergamene non chiedo. Prove illustri son l’opre ch’io vedo; «Fede e Forza» è il blason ch’io vi do. Fora oltraggio per atti si belli farvi dono di ròcche possenti. Vostri degni turriti castelli son le rupi che intorno vi stan. lo saprò che tra querce ed armenti ritrovai si gagliarde e sommesse quattro destre, che simili ad esse gli altri re cercherebbono invan. Conti, addio. Sino agli anni piú tardi Signor vi conservi al mio regno. — Lacrimando, quei quattro vegliardi inchináro al magnanimo sir. Ei baciò col suo bacio piú degno quelle fronti gentili e canute: squillò il corno, e tra i paggi e le mute essi videro il prence partir. Ripiccliiò la sibilla alla porta dopo un anno. —Se al duca, o signori, questa vita, per voi giá si corta, fosse d’uopo di dar, si dará? — Le risposero i conti pastori: — Ser lo duca, nel di che abbisogna, né per sua, né per nostra vergogna potrá dir: — Coronai la viltá. — E di fatti quel prence in battaglia stretto un giorno da orrendi nemici, quattro vecchi non cinti di maglia, ma in cappello e casacca vulgar, presso lui combattendo felici, lo fèr salvo quei quattro leoni, che sui quattro cruenti blasoni la bellissima vita lasciár. Pellegrin, che vedrai queste valli, quest’informe cadente tettoia, se tu chiedi, sostando su’ calli, che è la casa dispersa laggiú, ti diranno: — È magion di Savoia. — E tu, còlto da un lampo improvviso, per quel nome un incredulo riso non verrá su tuoi labbri mai piú. Qual sia parte di suol che vi chiuda, fiere salme dei quattro canuti, fino all’ultimo di non sia nuda l’urna vostra di lauri e di fior. Quando cadono i forti vissuti, sigillando col sangue la fede, di quei morti la patria è l’erede, di quei nomi è custode il cantor.