Italian poem
Canto elegiaco offerto a due nobilissime giovani
by Giovanni Prati (1814–1884)
Ahi! son lunge le stelle. E il tristo lume neppur oggi, per duol, velasi o langue, oggi che scorre ogni lombardo fiume d’italo sangue. Popoli schiavi o popoli guerrieri, faccian sonar le ree catene o i brandi; scendano a pugna i torbidi emisferi, e di nefandi urli echeggi la terra, ardano i flutti, ardano i campi di tonante foco, e la gramaglia dei materni lutti vesta ogni loco. Gelido è il tempo, immobile la sorte; di pianeti si copre il paradiso; quaggiú l’orrido ghigno della Morte, e lassú il riso. Perché, gran Dio, sotto un funereo velo mi si asconde la sacra poesia?... Aimè! tedio il pensier, fatta è di gelo l’anima mia. Gli archi, i templi, le logge, i baluardi miro e le insuperate acque deH’Arno. Tendo al divino Rafael gli sguardi, ma tutto indarno! E, se talor mi desta e mi ragiona del mio maestro il formidabil spettro, sulla trina e possente arpa gli suona lacrime il plettro. Ella ò cosi. La delfica mia nota nelle turbate viscere s’uccide. Noi Iacrimiam; la dura plebe ignota folleggia e ride. Oh voi due giovinette, angeli cari, se da questa di sangue avida arena una pietosa fantasia pei mari del ciel vi mena; oh voi due giovinette, ove superba non sia la prece, alzatevi al Signore, e ditegli coni’io sotto poca erba mista d’un fiore, valicati non anche i sette lustri, in nuda zolla dormirei soletto; né compor mi potrien rose o ligustri piú dolce letto. Ditegli ch’io sperai dar di mia vita, in questa di mal seme ispida valle, piú gentil segno. Ma l’etá fuggita non rifa il calle. E mal si doma la presente noia, né la speme futura è piú gioconda. Ahi! sulla barca della nostra gioia passata è l’onda, come quando al nocchier naufrago mugge scellerata ne’fianchi; ond’egli mira su dal livido inferno il di che lugge, ricade e spira. Oh mie limpide aurore! oh de’ miei monti crime, ov’io stetti e favellai con Dio! oh rosati crepuscoli! oh tramonti del cielo mio! Quand’io rammento il suono acre de’ corni, e le cacce, e le prede, e i prandi lieti sotto le vespertine ombre degli orni, o tra i vigneti; quand’io ripenso le mie dolci rime cantate in faccia alle nascenti stelle, e lo slancio dell’anima, sublime al par di quelle; quand’io ricordo i lenti occhi e le nere trecce d*Elisa, vergine pensosa, che cinque consolò mie primavere, ed oggi, ahi! posa sotto povera gleba; una feroce malinconia sull’anima mi piomba, ed è l’alto desio, che piú mi coce. quel della tomba. Gran Dio, che valse il lastrico cruento render d’Ausonia, e con orrendi squilli scotere i morti, e volteggiarsi al vento armi e vessilli? Gran Dio, che valse la tiara e il trono por sul Carroccio coll’evento infido? Ahi! presso te non può trovar perdono dunque il mio nido? il mio nido d’Italia, ove alle zebe son pur misti i leoni? ove s’eleva la tua Chiesa immortai, faro alla plebe misera d’Èva? Oggi men pronto a’ tuoi delubri io reco, (gran Dio, perdona!) il dubitante piede. Guai, se tra ’l nembo furioso e cieco muor la tua fede! Ah! cotesto roveto ultimo e solo arda d’Italia alle famiglie grame. Per me, tu ’l sai, che in poco eremo suolo stan le mie brame. Quando pére l’amor, quando i ridenti nidi si sfanno per le civiche ire, dolce è quell’ora, che le sciocche genti chiaman morire. E poi, ben si diserta, anco derisi, una palestra insanguinata e cruda, dove spesso balenano indivisi Caino e Giuda. Ma potessi morir. l’inno ascoltando della vittoria! e contemplar le sparse barbare tende, e tra la croce e il brando Solima alzarse, e dai letti di spasimo coperti gittar le coltri abominate e sozze, e impor sul capo i radiosi serti delle sue nozze! Che troppo ai giusti veramente grava quest’aer morto, che ogni piaggia ingombra, onde par che si battano alla schiava ceppi nell’ombra. Stia con voi, giovinette, il triste carme, né sovr’esso mortale occhio s’arresti. Direbbe il mondo che oggi è tempo d’arme, non d’esser mesti: perché il mondo non sa come talvolta tacita, esuberante, indefinita nel cenere dell’anima sepolta trema la vita. Misterioso è il mar. Rugge e scompiglia lidi e viventi: di furor si pasce: e frattanto nel sen della conchiglia la perla nasce.