Italian poem
Canto d'Igea
by Giovanni Prati (1814–1884)
A chi la zolla avita ara co’ propri armenti, e le vigne fiorenti al fresco olmo marita, e, i casalinghi dèi bene invocando, al sole mette gagliarda prole da’ vegeti imenei;
a chi le capre snelle sparge sul pingue clivo, o pota il sacro olivo sotto clementi stelle; a chi, le braccia ignude, nel ciclopeo travaglio, picchia il paterno maglio sulla fiammante incude;
a questi Igea dispensa giocondi operatori i candidi tesori del sonno e della mensa: le poderose spalle e i validi toraci io formo a questi audaci del monte e della valle.
Né men chi si periglia coi flutti e le tempeste del nostro fior si veste, se il mar non se lo piglia: né men chi suda in guerra porta le mie corone, se, innanzi il dì, nol pone lancia nemica in terra.
Ma guai chi tenta il volo per vie senza ritorni! Languono i rosei giorni al vagabondo e solo. Perche, mal cauti, il varco dare alla mente accesa? Corda che troppo è tesa spezza se stessa e l’arco.
Dal dì che il mondo nacque, io, ch’ogni ben discerno, scherzo col riso eterno degli árbori e dell’acque; e dalla bocca mia spargo, volenti i numi, aure di vita e fiumi di forza e d’allegria.
Sul tramite beato però piú d’uno è vinto per doloroso istinto o iniquitá del Fato: ma può levarsi pieno di gagliardia divina, s’ei la sua testa china nel mio potente seno.
Dal sol che spunta e cade a voi nella pupilla, dall’aria che vi stilla il ben delle rugiade, dai rivi erranti e lieti, dal rude fior dei vepri, dal fumo dei ginepri, dal pianto degli abeti,
da ogni virtú che il sangue e il corpo vi compose, rispunteran le rose sul cespite che langue; e i liberi bisogni, che risentir si fanno, nell’ombra uccideranno le amare veglie e i sogni.
Salvate, oimè! le membra dal tarlo del pensiero. A voi daccanto è il vero piú che talor non sembra. L’uom, che lo chiese altrove, dannato è sul macigno, e lo sparvier maligno fa le vendette a Giove.
In voi, terrestri, mesce vario vigor Natura; ma chi non tien misura, alla gran madre incresce. Destrier che l’ira invade, fatto demente al corso, sui piè barcolla, il morso bagna di sangue... e cade.
Perché affrettar l’arrivo della giornata negra? Ne’ baci miei t’allegra, o brevemente vivo! Progenie impoverita, che cerchi un ben lontano, nella mia rosea mano è il nappo della vita.