Italian poem
Al Tagliamento
by Ippolito Nievo (1831–1861)
alla profonda, paurosa forra di scintillanti vette coronata, o Tagliamento, la marzial canzone ripeti ancora
del venti quattro maggio? — O fiorito maggio d’Italia nostra! o glorioso maggio fulgente della patria! quando stette senz’armi.
saldo di fronte alla tedesca rabbia, con pochi fidi, Pietro Calvi, e vinse. E tu, bel fiume, di vittoria il grido rapito, araldo
di nostra gente, via lo diffondesti per l’ampia valle. Dal munito sasso d’Osoppo forte un altro grido, Italia, ti rispondeva,
allora, e, Italia ripeteva l’eco delle montagne ridestata, mentre tu trascorrevi la marina bassa d’Adria cercando.
E tal fluivi silenziosamente fra le terrazze digradanti al piano, quando assetate alle tue sponde scesero le scalpitanti
poledre irsute di Pannonia e gli Ungheri le insanguinate lancie risciacquarono nella tua onda. A te chiedeva allora il desolato
popolo scampo, e tu, lento scorrente, ultimo asilo gli serbavi, chiuse fra le tue braccia e il mar vasto, le infide velme di sabbia.
Salve, bel fiume del mio canto; ancora risonò d’armi la tua riva quando la ghibellina patriarcale lupa, tenne alla guelfa
lupa ribelle, qui d’Italia i varchi al rosso Svevo, che tor via Milano volle, e a Pontida ridestò l’antico cuore d’Italia.
Ahi breve gloria, patria mia, nell’odio tenace, infida nell’amar, discorde sempre e divisa! E te di sangue lordo, o Tagliamento,
spade straniere e paesane spade fecero e prima e poi che le grandi ali dominatrici del Leon di Marco ti ricoprissero.
Dell’Alansone pria vedesti i fanti, poi le falcate scimitarre turche menar la strage, e dopo quelle assidue le imperïali
orde incalzare, e popolar di forche l’italo suolo, e croati e ruteni, ed il grifagno occhio di Bonaparte il tradimento
di Campoformio meditante. Ancora Francia e Lamagna di lor vene rossa fer la tua chiara gorgogliante vena, italo fiume,
e ancor mercede al vincitore e al vinto fu il nostro danno e la vergogna nostra. Certo dal giorno che le tue montagne discese, o Italia,
il troglodita, e primo a possederti levò lo sguardo, una fatale brama corse ed accese gli uomini a’ tuoi danni e guerra e strage
furon retaggio di tue genti. Solo fu nella forza il dritto e sol dei forti premio fu pace e libertà. Regina fosti, se in armi.
Inerme schiava e vilipesa, quasi indarno avesse sopra il mondo stese l’aquila nostra le ali, e indarno avesse d’Orazio al carme
date le penne. Ma in suo etereo giro nulla più grande ancor di Roma il sole vide; di Roma, che due volte cadde e due risorse
il tuo destino a maturare. I numi propizi al vate furon dunque, e volge propizia l’ora del presente, o Italia di leggi e d’armi
maestra al mondo; di memorie sacra custode, e sacra di novelle stirpi, gloriosamente nel futuro intente, suscitatrice.
Alme sol . . . . . . . . . . . possis nihil urbe Roma visere majus.