Versos Italian Ippolito Nievo Dopo la visita ad una miniera di carbone in Carnia

Italian poem

Dopo la visita ad una miniera di carbone in Carnia

by (1831–1861)

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folgora il sole. Vampe di luce corrono il cielo, mentre sul bosco estatico

scende la meridiana quiete. Tra i larici verdi, tra i bruni abeti immobili,

celebrano le mosche, ronzando, lor facili nozze, e industriosi tessono

i ragni le tele. Di giallo, di rosso, d’azzurro spiega agli insetti pronubi

ogni corolla un richiamo, e viene, or si or no, da lontano il ritornello tremulo

d’una canzon d’amore. Fra tanto fremer di vita silenziosi si avviano

i minatori al lavoro. Aperta nel sasso li inghiotte l’oscura bocca funebre;

essi discendon lenti, curvi per l’antro malfido delle fumose lampade

al rossigno bagliore. Grandi ombre nere si allungano su le pareti viscide

di oscura gromma coperte, e lacrime e lacrime pare gemer la terra, e paiono

le tristi gocce cadute raccogliersi in pozze sanguigne. I minatori scendono.

Qual da le morte case un alito grave si leva, tale vien dalle intime

viscere della terra della putredine il lezzo. Par la montagna premere

col ciclopico sforzo della gran mole rocciosa sulla profonda ed esile

sua ferita gemente, e dei viventi sepolti pare sul petto premere.

O giocondo lavoro al sole al vento compiuto, consolator dello spirito!

Sana fatica, che induri il corpo, che l’anima tempri! o meridiano placido

riposo tra i fiori, del bosco sul margine, all’ombra profumata dei larici!

Giù nelle viscere oscure del monte anzi tempo sepolte struggonsi vite giovani,

scorrono vite brevi. O lento, o diuturno supplizio di sconosciuti martiri!

Morde il piccone assiduo la roccia, che cede e si sfalda, e fra gli strati tenui

il tesoro racchiude; s’annebbia la grotta recente di soffocante polvere,

che insidiosa, sottile, gli occhi, le fauci, il petto del minatore attossica.

Egli, simile a tarlo, d’annosa querce rodente la compage durissima,

striscïando avanza pel tenebroso cunicolo, lento, ma infaticabile.

Alla montagna avara strappa del sole antico la possanza, da secoli

prigioniera nel sasso, e libera all’uomo la dona più delle gemme nobile,

utile come il pane. Inconsapevole eroe, alla morte, che assidua

lo persegue ghignando, serenamente ei sorride. Lassù alla luce fulgida

del sole ansiosi lo attendon la madre, la sposa, i figlioli nella casetta povera,

e paiono le tenebre di quel sepolcro di vivi tutte di luce splendere

a quel pensiero. — Guata sinistramente la morte la consacrata vittima.