Italian poem
Friuli
by Ippolito Nievo (1831–1861)
colli, ridente pian, che di triplice difesa il mar nostro cingete, da Venezia all’estremo Quarnaro,
dite, nel lungo volger dei secoli, qual di straniere armi e di popoli fiumana trascorrer vedeste, avida Italia ricercando.
Ed ai nipoti, non sempre memori, il sangue sparso, le molte lacrime degli avi narrate, ed il nome ripetete dei grandi caduti.
Chè di Lamagna, chè di Pannonia qui infranto giacque più volte l’impeto e il rude valore paesano alla patria comune fu scudo.
Salve Friuli, vanguardia italica fra l’Alpe e il mare lanciata, vigile incontro all’eterno nemico, l’occhio attento, la mano alla spada.
A te di verdi sonanti pascoli, di boschi e messi, di fiori e pampini fu larga natura, e a’ tuoi figli donò animo e braccio sicuri.
Su l’Alpe hanno essi temprati i muscoli, hanno nel cuore della tua florida pianura il tranquillo sorriso, del mar vasto la calma e gli sdegni.
A te dagli aspri dirupi carnici, per discoscese forre, precipita a valle ruggente, spumante la ricchezza di cento fontane;
e, come fulvo giovenco indomito alla feconda opera piegasi dei campi, e all’aratro lucente la possente cervice abbandona,
tale, de l’acque croscianti l’impeto domato, corre utile e docile, lungh’esso metallici nervi, per dar vita a mirabili ingegni.
Liete ne suonan le valli, stridono argute seghe, nel novilunio di stelle lucente prodigio i dispersi villaggi corona.
Tutte di pace fioriscon le opere. Di gravi spiche, di pingui grappoli, che il sole penetra e matura, la collina turrita si adorna.
Sonaro un tempo d’armi e di gemiti, di fratricide armi rifulsero un tempo le torri grifagne; or la capra tra i ruderi bruca,
che la vitalba profuma e l’edera riveste, lieti nei sotterranei ridotti gorgogliano i tini di vendemmia ricolmi, e di fiori
i barbacani merlati cingonsi, e dove il sangue corse purpureo, al sole purpuree ricantan loro eterna canzone le rose.
Salve Friuli, in pace florido in guerra forte. Tra i propugnacoli d’Osoppo alla brezza garrisce il vessillo d’Italia risorta.
Alta sovr’esso nel cielo l’aquila latina vola, e a oriente librasi, con vasto remeggio dell’ali; ma placate non posano ancora
del Savorgnano l’ossa, che, memori d’austriache rotte, nell’urna trepide balzaro alle austriache vittorie. — Sul sepolcro tuo novo, o magnanimo,
il tricolore libero sventola; ad esso intorno si stringe e vigila un popolo industre, fecondo, mite in pace, ma in armi gagliardo.
Attendi, prode, tutte d’Italia le sorti ancora non maturarono. Attendi, non tutta fu al vento data ancora la nostra bandiera.