Italian poem
Nella Pineta di Belvedere
by Ippolito Nievo (1831–1861)
utto ora è pace. Nell’azzurro cielo grandeggia nera dei pini la chioma; diafana fugge la lunata costa, e si dilegua
in un vivace tremolio d’argento, tra i giunchi verdi ed il falasgo bruno, che, attorto in funi, alle gradensi antenne fermò le vele.
Le vele gaie di rosso e di giallo dei Gradenighi, dei Brandochieli sul remo saldi, dei Bolani e Balbi latino sangue
venuto a questa imperial dimora aquileiense, a questa nuova Roma, armata contro il secolare assalto dell’orïente.
Tutta di marmi risplendente e d’oro s’offriva al sole la città latina, a lei propizio risplendeva il sole nume indigete.
Ma, nuovo pegno di salvezza, stava su lei la croce, allor che la selvaggia furia degli Unni, ed Attila con essi, tutto travolse.
O triste notte, quando a lume spento cercò, fuggendo, il popolo sul mare scampo alla morte. A lui restavan solo al pianto gli occhi,
in cuor la speme, e grande e salda in petto la fede! Il mare ne fremette, e cinti del suo possente amplesso i derelitti figli di Roma:
Altra e maggior della perduta, disse, patria vi dono. Con la vela e il remo l’animo forte verso me lanciate e sarò vostro.
E tutta intorno la foresta sacra d’ascio e martelli risonò. Le piatte cimbre volaro fra le malsicure velme sabbiose;
fra tronchi pini le panciute vele fremeron tese ad insaccare il vento grosso del mare. Aspra è la vita e grama? Libera vita
solo si chiede. Con la prima luce salpan le prore e quando cade il sole, e par di fuoco la laguna e pare di fuoco il cielo,
vengon da Equilio, vengon da Eraclea, da Rivoalto e da Torcello a proda le rosse vele dei tribuni. Attento siede l’arengo
in riva al mare a ragionar del mare. Getta sovr’esso di sue quattro braccia l’ombra solenne la triastata croce patriarchina.
Poi nella notte, sopra il remo curvi, vanno i tribuni, perchè la dimane d’opre feconda sorga alle lor genti, salmodiando:
«Noi pescadori ve preghemo vu, San Piero, che peschevi come nu, e ve preghemo pescaor Gesù, noi pescadori.»
Rigan le stelle la laguna nera di lor postille tremule, fra i giunchi eternamente irrequieto il mare par che risponda.
Ma o come vivo dal cielo sereno sfolgorò il sole sopra le lagune, come nell’aria luminosa i canti pieni saliro,
quando a Lesína e a Curzola l’insegna patriarcale si gettò trionfante sui Narentani, ed era Orseolo doge primo all’assalto.
Ma o come il mare si levò alla prora dogale incontro allor che di Venezia fu, e fin che splenda su Venezia il sole, sacrato sposo.