Italian poem
Rodogauso longobardo
by Ippolito Nievo (1831–1861)
er la strada di Ragogna, ne la gran notte stellata, tutta d’armi risonante, va la fiera cavalcata.
La precede a rompicollo su di un misero ronzino Vitichindo traditore, che del re fu paladino.
« Su d’Osoppo buona gente, arimanni e masnadieri, presto in arme, alle bertesche su correte dei manieri.
Vien dal colle ruïnosa una fiera cavalcata verso Osoppo, e si prepara una assai dura giornata.
Gigli d’oro ha sugli scudi; ma le spade ha d’acciar fino, e la guida il buon Orlando di re Carlo paladino. »
Arimanni e masnadieri balzan tutti spaventati, suonan le armi, ed in gran fretta i destrieri son sellati.
Rodogauso longobardo tutti a sè chiama dintorno, mentre insanguina le nubi ad oriente il nuovo giorno.
Ei cavalca un caval nero, ed ha nero il grande scudo, l’asta ha in pugno, al fianco l’azza, ed il bianco capo ha nudo.
« Arimanni e masnadieri, egli dice, e bravi aldioni, che da mesi e mesi siete rotti a tutte le tenzoni,
che da mesi e mesi in arme vigilate, e delle stelle al bagliore, il capo stanco riposate su le selle,
ecco spunta la giornata della vita o della morte; sulla punta delle lance oggi sta la nostra sorte.
Non ripari, non bertesche; il buon dritto con noi sta, vinceremo o moriremo per la santa libertà ».
Ed il fiero capo bianco del gran nero elmo coperto, varca il fosso del maniero per pugnare in campo aperto.
Segue tutta la masnada stretta dietro al suo signore; sol rimane tra le mura Vitichindo traditore.
Dalla strada di Ragogna, tutta d’armi risonando, viene intanto la furiosa cavalcata di Rolando.
Una selva par di lance nell’aurora scintillante, sembra un muro di palvesi, che si avanzi sfolgorante.
Sembra un’onda di procella ogni groppa di destriero; ogni selce ha una scintilla tra la polve del sentiero.
La montagna ne rimbomba, ne rimbomba la vallata. Come nembo ruïnoso vien la fiera cavalcata.
Ma sul prato rosso e azzurro di papaveri e viole, la masnada longobarda sta schierata in faccia al sole.
Sulla punta delle lance corron fremiti e faville, sprizzan lampi dagli scudi, dalle spade a mille a mille.
Ecco, sopra il caval nero Rodogauso, a capo chino, primo corre a vibrar l’asta su Rolando paladino.
Dietro a lui, serrata e folta, la masnada si disferra. L’aria trema, al grande cozzo par che tremi anco la terra.
Tutto il giorno d’arme suona; ma al tramonto sovra il prato giacque alfin d’Orlando al piede Rodogauso insanguinato.
Nel gran petto duo gran varchi Durendala aperti avea; dalle orribili finestre il cadente sol ridea.
E il gran corpo abbandonato tra papaveri e viole, nella pace della morte riposava in grembo al sole,
quando ai merli del maniero ributtante apparve fuor appiccato per la gola Vitichindo traditor.