Italian poem
Canzone IV.
Non mi dolgo di te, né di me stessi, ché so mi aiuteresti, stu potessi. Dolgomi ben della fortuna mia, che impedisce la tua e la mia voglia: dolgomi dell’invidia e gelosia, che di dolcezza tal mi priva e spoglia, e della mia disgrazia, che par voglia che tanta pena e tanto male avessi. Dolgomi e dorrò sempre del sospetto, quale interrompe i dolci pensier miei: dolgomi, perché veggo n’hai dispetto, ché so vorresti quel che anch’io vorrei. Questo giamai pensato non arei, che gelosia tanto mal mi facessi. Sia maladetto chi mi to’ il mio bene e chi guerra mi fa sanza cagione; e la cagione onde tanto mal viene, e chi ha tanta poca discrezione: sia maladetto chi ci s’interpone, e chi vorre’ che ’l mio mal non avessi. Ma sí costante e fermo è il mio amore, (e cosí di te credo, o donna bella), che forza non ará pena o dolore o gelosia, che dal mio cor divella il ben ch’io t’ho voluto, o chiara stella: ma tuo sarò, ché per signor t’elessi. Donna, io ti priego che tu sia costante, e lascia fare e dire, e tempo aspetta: ché ancor sarai col tuo fedele amante, sí come Amor vorrá, lieta e soletta: di tanto strazio ancor vedrai vendetta, se giá Morte i disegni non rompessi.