Italian poem
Canzone IX.
Poi ch’io son stato pregato vo’ cantare una canzona, la qual fia onesta e buona, riprendendo il vicinato. Io vi prego in cortesia che vi piaccia d’ascoltare, perché la canzona mia vi potrá forse insegnare come voi avete a fare. Quando insieme vi trovate, quando all’uscio voi filate sempre vi pare un mercato. Se voi siete insieme trenta, ventinove ne favella: quell’una non si rammenta di trovar qualche novella. Mona questa e mona quella, attendete a lavorare e non tanto cicalare, che vi venga manco il fiato. Se in Italia si fa nulla, ne volete ragionare; se sapete una fanciulla, la qual sia per maritare, voi volete ricordare di che gente sia il marito, in che modo e’ va vestito, s’egli è ricco o nello stato. S’una si fa alla finestra, tutte l’altre vi si fanno;
a gracchiare ognuna è destra: questo giuoco è tutto l’anno. L’una dice: — Il mio panno è andato cinque braccia. — L’altra dice: — La mia accia vuole ancora un buon bucato. — L’una dice: — I miei pulcini par che sien tutti indozzati: e’ si son pien di pollini, e son tutti spennacchiati. — L’altra dice: — I’ ho serbati tutti quanti i miei capelli; esconmi tutti i piú belli, il mal sem’ vi s’è appiccato. — Se vedete uno che passi per la via piú che non suole, l’una incontro all’altra fassi o con cenni o con parole: — Certo che a costui gli duole qui d’intorno qualche dente; — tanto che ognuna pon mente, e da tutte è uccellato. Voi fareste il meglio a starvi fuor di queste ragunate, e d’altro non impacciarvi che dell’arte che voi fate. Attendete, o smemorate, o cicale, o berlinghelle, a non far tante novelle: stiesi ognuna nel suo lato.