Italian poem
Canzone XI.
Una donna d’amor fino s’innamorò, ch’i’ vo’ che voi sappiate: la fe’ tanto con un frate, ch’ell’ebbe un bel garzone al suo dimíno. La donna se n’andò al frate, e dissegli: — Messer, con voi mi doglio; né a uscio né a finestra non mi posso far piú, com’io far soglio; onde ch’io pregar vi voglio che ’l facciate venir dinanzi a voi; ditegli che non mi nòi, sí come fa da sera e da mattino. — Il frate mandò per lui, e dissegli: — Garzon, tu non se’ saggio: in casa le donne d’altrui tu vai facendo villania ed oltraggio. Una donna di gran legnaggio s’è venuta di te meco a dolere. — Ond’egli disse: — Messere, i’ non son desso; voi errate il cammino. — La donna al frate ha a ritornare, e lui le disse quel che gli ebbe a dire. Ella cominciò a parlare: — Oimè lassa! come lo può disdire? Perch’io non gli vòlsi aprire, questo scheggial mi gittò con la borsa, onde a voi i’ son ricorsa, gliel rendiate: non vo’ di suo un lupino. — Il buon frate a mano a mano mandò per lui la volta seconda,
e dissegli: — Tu se’ villano; ma ragion vuol che a me non ti nasconda. Per la virtú che m’abbonda di questa donna, a chi dái tanta noia, la rifiuta ogni tua gioia. Tien’ qui: non vuol del tuo pur un quattrino. — Il garzon prese quelle cose, pensando come il fatto dovea andare, ed al buon frate rispose: — O bel messer, non fie piú tale affare. — Poi cominciò a passare dall’uscio della donna disiando, per sapere il che e ’l quando potessi côr la rosa del giardino. E la donna l’altro giorno per insegnarli la diritta via, al buon frate la fe’ ritorno. Lui le disse ciò che fatto avía. Ella disse: — In fede mia, dice a voi che s’è emendato. Udite quel che il dispietato mi fe’ stanotte, ed era in sul mattino. Io ho nella mia corte un fico appiè dell’uscio della camera mia; su vi salse il bello amico: io ero desta e niente dormia. Vituperata m’aría in su quel punto, se non ch’io gridai; per lo certo trovai: la nottola m’alzò col coltellino. — Il frate mandò per lui di botto, e dissegli: — Tu vai cercando morte! — Poi gli disse a motto a motto la salita del fico e della corte; e lui con parole accorte gli rispose: — Messer, tenete a mente:
se mai piú sentite niente, fatemi crucciar per paterino. — La sera come uom sicuro a casa della donna andò il donzello: della corte e’ passò il muro, salse in sul fico e fu giunto al portello; né bisognò coltello, ch’ella gli aperse prestamente; pensate, buona gente, se in quella notte macinò il mulino. La mattina al far del giorno, quando il donzello si volea partire, la gli andava con baci intorno, dicendo: — Signor mio, dove vuoi gire? — Ei disse: — Io mi vo’ partire, cara madonna, perché non si saccia. — Lei con baci l’abbraccia, dicendo: — Tornerai per tal cammino. — Sappiate che il frate santo a questa cosa andava a buona fede, e il garzone, infino a tanto che la malizia della donna non vede; la donna ha ciò ch’ella chiede, sí che tornare al frate non bisogna; il frate con gran vergogna s’accorse, e predicò questo latino.