Versos Italian Lorenzo de' Medici Canzone VIII.

Italian poem

Canzone VIII.

by

Listen in the reader

Io vi vo’, donne, insegnare come voi dobbiate fare. Quando agli uomin vi mostrate, fate d’esser sempre acconce, benché certe son piú grate, quando altrui le vede sconce. Non si vuol colle bigonce porsi il liscio, ma pian piano; quando scorre un po’ la mano, una cosa schifa pare. Fate pur che intorno a’ letti non sien, donne, mai trovati vostre ampolle e bossoletti, ma tenetegli serrati. I capei ben pettinati, se son biondi, me ne giova, ché non paia fatto in prova di vedergli un po’ sconciare. State pur sempre pulite, io non dico giá strebbiate; sempre il brutto ricoprite; ricci e gale sempre usate. Vuolsi ben che conosciate quel che al viso si conviene, ché tal cosa a te sta bene, che a quell’altra ne dispare. Ingegnatevi star liete con be’ modi ed avvenenti; volentier sempre ridete pur che abbiate netti i denti;

ma nel rider certi accenti gentileschi usate sempre, certi tócchi e certe tempre da far altri sgretolare. Imparate i giuochi tutti, carte, dadi, scacchi e tavole, perché fanno di gran frutti, canzonette, versi e favole. Ho veduto ancor di quelle che pel canto paion belle; ho veduto ancor di quelle che ognun l’ama pel ballare. Il sonar qualche istrumento par che accresca anco bellezza; vuolsi al primo darvi drento, perché l’è piú gentilezza. Molto veggo che s’apprezza una donna c’ha il piacevole; io per me queste sazievole non le posso comportare. Le saccenti e le leziose a vederle par ch’io muoia; le fantastiche ed ombrose piú non posso averle a noia. Ad ognun date la soia, ad ognun fate piacere, ché ’l saper ben trattenere sempre stette per giovare. Non mi piace chi sta cheta, né chi sempre mai cinguetta, né chi tien gli occhi a dieta, né chi qua e lá civetta. Sopra tutte mi saetta quella ch’usa qualche motto, che vi sia mistero sotto, ch’io lo sappia interpretare.

Se tu vai, stai o siedi, fa’ d’aver sempre maniera: muover dita, ciglia e piedi vuolsi sempre alla smanziera, fare a tutti buona cera; fa’ che mai disdica posta, ma di quel che non ti costa fanne ognun contento andare. Fátti sempre partigiani, dove sei, fino alle gatte, fino a’ topi e fino a’ cani. Non far mai volentier natte: lascia farle a certe matte. Abbi sempre una fidata, che ti sappia una imbasciata, una lettera portare. Fuggi tutti questi pazzi, fuggi, fuggi gli smanzieri: fa’ la casa te ne spazzi, non ber mai ne’ lor bicchieri; oggi quivi e colá ieri n’hanno ad ogni stringa un paio; l’asinin del pentolaio; fanno i santi anche rubare. Pigliate uomin, ch’abbian senno e che sien discreti e pratichi, e che intendano ad un cenno e non sian punto salvatichi, com’io veggo tai lunatichi, muffaticci, goffi e rozzi, certi ignaffi, certi ghiozzi, buoni appunto a sbavigliare. Vuolsi ancor l’industria mettere nello scriver bene e presto, e ’n saper contraffar lettere, che la cosa vada a sesto.

Sará forse anche buon questo che v’insegni un certo inchiostro, che fia proprio al caso vostro, se ’l vorrete adoperare. Nello scriver fia piú destra, sí che ’l giuoco netto vada: chi è pratica e maestra tiene un po’ il brigante a bada, ché non paia che alla strada la si getti al primo tratto, poi conchiuder pur affatto sanza troppo dondolare. Sopra tutto ti sia a mente d’andar sempre ad ogni festa bene in punto fra la gente, perché quivi amor si desta. Se qualcuno il piè ti pesta, non dá briga, sta’ pur soda: chi ti serve, onora o loda si vuol sempre accarezzare. È ben buono a dar la salda qualche po’ di gelosia, e una fredda ed una calda fa che Amor non si disvia. Non dir piú, canzona mia, che le son cattive troppo; orsú il mio cavallo è zoppo e non può piú camminare.