Italian poem
Canzone X.
Donne e fanciulle, tutte vo’ pregare che al gallo mio voi diate un po’ a beccare. Il gallo mio io v’ho raccomandato, ché lungo tempo è che mi fu donato; infin da piccolin me l’ho allevato, or dalle volpe io nol posso campare. Ed anche i lupi gli corse lor dreto, perché gli è di natura molto lieto, e mai non rapportò alcun secreto; solo una volta mai l’udí cantare. E’ fa spesso del grosso e del cortese, perché gli ha cerco di molto paese; infino a qui io gli ho dato le spese, e in Schiavonia mai non vòlse andare. Al servir volentieri io m’affatico e di piccola cosa io lo nutrico, e tutto il dí si staria con un fico; molto di questo ch’io l’uso cibare. Ma chi il vedesse quand’è addormentato, ogni pollastra l’aría dileggiato; ma, quando ritto in piè fussi levato, io so ch’io vi farei maravigliare. E’ mel convien tener sempre in istia; un gallo egli è di molta gagliardia: s’io lo lasciassi andar fuor della via, quante galline truova vuol calcare. Molte donne me l’han chiesto in prestanza, ma io non ho in lor tanta fidanza; ma pur, se mel chiedesse la mia amanza, infin a casa glie n’andre’ a portare.
Se ci è niuna che voglia ch’io gliel presti, chieggamel pure, e per nulla non resti: díegli beccar dell’erba de’ suo’ testi, e poi a casa lo lassi tornare. Nessun s’infinga chi n’ha di bisogno: le mie proferte non son mica sogno; cosí poss’io aver quel ch’io agogno da quella che nel foco mi fa stare! Io ve lo presto e dovvi i testimoni, ma non mel mescolate fra’ capponi; poniam ch’io lo conosca a’ bargiglioni, ché in ogni loco lo saprei trovare. Fra le galline il conosco alla coda, che è ritta e grossa, ed ha la cresta soda: governatemelo in modo che e’ goda e che a’ suo’ piedi possa ritornare.