Italian poem
Canto IV.
S
Perchè Dio non li acciechi, a ’l guardo schermo fan de l’ala gli arcangeli, e cantano in latino a canto fermo i salmi del breviario.
A l’eterno rumor de’ tamburelli, de’ cembali e de’ timpani, friggon de’ santi i poveri cervelli sotto i nimbi che scottano,
ed abbagliati de ’l Signore il viso eternamente guardano... Che rottura di tasche il Paradiso! Che divina seccaggine!
Talor compreso da ’l bisogno ardente di un po’ di refrigerio, Iddio permetterà, ma raramente una qualche accademia.
Con lieti squilli l’aspettato avviso daran le tube angeliche; immenso tuonerà ne ’l paradiso un clamore di giubilo.
Abbandonato l’inginocchiatoio dove stavan da’ secoli, voleranno i beati a ’l Serbatoio de la celeste Arcadia.
Con l’ala a ’l dorso, dentro l’ampia sala pioveranno le monache e i gesuiti co ’l cappel di gala, e i poeti virginei.
Sopra un palco di stelle, in lunga schiera aspettan gli accademici. I cherubini accendon la lumiera. Comincia lo spettacolo.
Zitti, zitti! Lisciandosi il ciuffetto e i baffi aristocratici, un bel signore recita un sonetto morale in questi termini: