Italian poem
Canto VI.
M
Salîro a ’l ciel la monaca morta di tabe e il francescano immondo, ma qui tra noi calarono le migliori beltà vissute a ’l mondo,
e son belle, son giovani, e noi ne amiam quante possiamo amarne e pecchiam senza scrupoli, de l’anima ribelli e de la carne.
Contemplate lo splendido viso di Dio co’ gli occhi abbarbagliati: andate, andate in estasi cantando salmi, poveri beati:
trïonfate co gli angeli de ’l paradiso ne le sante chiostre, ma le pompe di Satana sono più belle de le pompe vostre!
Abbiamo sano il fegato e l’invidia di voi non ci tormenta; la compagnia de’ diavoli ci tien chiara la bile e ci contenta.
Qui de ’l tempo saturnio rifioriscon i gaudi e i miti amori; puton d’incenso gli angeli, olezzan qui per le dannate i fiori.
Voi di Dio ne la faccia tutto il passato e l’avvenir leggete, ma l’onda sua benefica largisce a noi l’oblivïoso Lete.
Da’ santi suoi l’Altissimo chiede la prece, l’umiltà, la fede; a’ figli suoi Lucifero ogni più cara libertà concede.
Ma voi l’ingiurie solite, santi soprani, a i reprobi cantate!... Deh, poveri di spirito, deh, se sapeste che pietà ci fate! ―