Italian poem
LXXIV
Guardate l’asino! Magro, slombato, tutto pillacchere, loia e marame, trascina il carico spropositato fin che gli durano le forze grame.
Sovra il suo misero dorso piagato le mosche ronzano come uno sciame, povero scheletro di tribolato cui soli restano l’ossa e il corame!
fino che all’ultimo vinto, spossato, coperto d’ulceri, morto di fame, cade sul lastrico recendo il fiato.
Tutti allor fuggon dal suo carcame, ma l’uom di spirito che l’ha ammazzato, sorride e mormora: «Quanto salame!»
E come l’asino trascino anch’io la soma, povera bestia sfinita, su l’erta ripida, giù dal pendìo, male al discendere, peggio in salita.
L’ore che passano, con un ronzìo d’insetti, frugano la mia ferita; il cor che sanguina non ha un desìo, l’ingegno e l’anima non han più vita;
ed or ce il ridere passato espio e il mondo a vivere più non m’invita, io cado e rantolo nel pianto mio.
Amici, ah, l’ultima prova è compita Amici, datemi l’estremo addio! Questa terribile farsa è finita!