Italian poem
XXIX
Imagine deforme nel fosco ciel che tuona l’Assirio Iddio Mammona erge in un nimbo enorme il capo di sparviero sordidamente nero.
Scuote il flagello d’oro, forza, strumento e segno del suo ribaldo regno ed il flagel sonoro nella implacabil mano gronda di sangue umano.
Dal pugno che la serra una catena pende che si disnoda e scende come una serpe a terra, quasi nasconder tenti i biechi avvolgimenti.
E tu, secol civile, che l’onta tua non vedi, tu ti trascini ai piedi di questa imagin vile e strisci e baci e preghi e la pietà rinneghi!
Or va! Poi che tu mostri del cor la lue profonda, va! Nella polve immonda bene al tuo Dio ti prostri. È il Dio dell’oro e ormai più degno Iddio non hai.
Ma bada! Una saetta squarcia la densa notte. Mandan le nubi rotte un urlo di vendetta.... Bada! Vedrai tra poco piovere sangue e foco
e l’hai voluto! Ultrice l’ora t’incalza e stringe, la terra ti respinge, il ciel ti maledice e al colpo che t’uccide il tuo Mammona ride!