Italian poem
Muse voi, che tutte altere
by Pompeo Figari (1650–1730)
Muse voi, che tutte altere Sulle sfere Passeggiar talor godete, E col suon di arditi accenti I Portenti Più mirabili fingete. Fate voi, fate co’ vostri Finti Mostri Inarcare altrui le ciglia; Che maggiore io quì con veri Gran misteri Vuò destar la maraviglia. Io non d’Argo, o di Micene, Non di Atene, Imitando i dotti errori, Or desìo con dolce frode Mercar lode, E cercar gli altrui stupori. Santo Amor, la di cui fiamma Tutti infiamma Gli alti spirti dell’empiro, Opra sì, che altrui distingua La mia lingua, Quanti or quì prodigi io miro. Miro quì di saggia e bella Verginella Volgorar l’amabil viso, Sicchè sembra unito in quello Tutto il Bello, Ond’è bello il Paradìso. Ma non penso a quel, ch’io scerno Nell’esterno Di sembianze sì leggiadre; Penso come così bella Verginella Siasi in un Vergine e Madre. Qual la pianta, dond’ei pende, Non offende Nel cader frutto maturo: Tal da lei nascendo il Figlio Lascia il giglio Del bel seno intatto e puro. A tai note io veggio, o Muse, Che confuse Inarcate ambe le ciglia; Ma fermate lo stupore, Che maggiore Vuò destar la maraviglia. Quel leggiadro Pargoletto, Che ristretto Quì vagisce in rozze fasce, Pria del sen di lui fecondo, Pria del Mondo Sempr’è stato, eppure or nasce. Egli or nasce, eppure ancora Sole e Aurora, Terra e Ciel non si vedea, Quando ei pago di sè stesso, Al riflesso Di sue glorie, amante ardea, Tra le idee non favolose Si compose Ei da sè Madre sì vaga; Vaga sì, che or Lei mirando, Vagheggiando, Di esser Figlio a Lei si appaga. Voi stupite? Assai maggiori Gli stupori Risvegliare in voi vogl’io: Quei, che infrali umane spoglie Quì si accoglie, Quegl’istesso è Uomo, e Dio. Di sua voce al solo impero, Ei l’intero Mondo già trasse dal Nulla; Qr’imbelle Pargoletto E ristretto Tra i confin di angusta culla. Ma poichè sceso dal Cielo, Di uman velo Nasce in terra un Nume avvolto; Penserem, ch’eccelsa Reggia, Esser deggia L’alto albergo, ov’egli è acccolto? Quanto mai co’ suoi pensieri Lusinghieri Noi talor la mente inganna L’alto albergo, ove il divino Fanciullino Nasce al Mondo, è una Capanna. Per formare al gran Natale Cuna eguale Fia, che in dono almen prepari De’ famosi, preziosi, Odorosi Cedri il Libano i più rari. Forse l’Indo, il Gange e il Tago L’Or più vago Per fregiarla avranno offerto: Avrà offerto ogni maremma Qualche gemma Per tributo a sì gran merto. Ma che veggio! Or sì mio cuore Lo stupore Tutte in me sue forze aduna; A vil paglia, a rozzo fieno Giace in seno, E un Presepio è la sua cuna. Oh Presepio, oh paglia, oh fieno! E chi a freno Può tener la maraviglia? Ora sì stupite, o Muse, Or confuse Inarcate ambe le ciglia. Oh Capanna avventurosa, Gloriosa Quasi più dell’alte sfere! A ragion scendono a volo Giù dal Polo Nel tuo sen l’Eteree schiere. Ma in quest’aritro, in queste spoglie, Chi ti accoglie, Chi, mio Nume, ha tal vigore? Odo intorno, o di udir parmi Replicarmi Più e più voci: Amore, Amore. Santo Amor, se tanto puoi, Se co’ tuoi Santi incendi hai vinto un Dio, Come mai tuo santo fuoco Può sì poco, Santo Amore, entro al cuor mio? Forse apprese in queste selve Dalle belve Il furor l’empio mio petto?. Ma le belve or quì si uniro, Col respiro, A mostrar segni di affetto. Non è cuor questo mio cuore, Santo Amore, Se ancor vinto ei non si arrende: Ma già sento la tua face, Che vivace, Santo Amor, tutto mi accende. Sù, Pastori, al sacro speco Tutti meco Or movete uniti il piede; Tutti meco a quel divino, Gran Bambino, Consagrate Amore e Fede,