Versos Italian Arrigo Boito 1

Italian poem

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Prima che al mondo si dicesse 1000, Viveva in Creta un Re. La maledetta Per l’amor di Pasife isola infame, Terra di mostri e di delitti, aveva

Re pari ad essa, ed Orso era il suo nome. Cento cittadi gli rendean tributo D’oro, di gloria e di paura, il mare Di perle e di tempeste; il montuöso Suol del suo regno di smeraldi, e d’oro D’algenti catadùpe e di tremuoti. Sul real scudo si leggeva, in cifre Scritte col sangue, questo truce motto: Terroris terror ed un orso d’oro In campo ner lo stemma era del Duca. Un serraglio di belve ed un di donne Nudrìa nella sua reggia, ed ei nell’uno Passava i giorni, nell’altro le notti. Alle jene venia col crin spruzzato D’olio di nardo e co’ lascivi odori Del suo letto d’avorio ed alle donne Redìa col leppo delle sozze iene, E lordo il volto pe’ sanguigni baci Della pantera. Un avoltor di Libia Chercuto e fier, solea spesso sul pugno Posarsi del monarca; egli era destro A rapina d’agnelli e di palombe Per bïeca natura, e dagli schiavi Educato a furar ori ed argenti Per sollazzo del Duca. A sir Drogonte Conte di Puglia, egli spiccava un giorno

Col rostro adunco la più bella gemma Di sua corona, onde ne fu conflitto Fra i due Signori. Ma più pauroso Alla vista e maligno era un serpente, Immane e gonfio e nero, simigliante Nel viscoso strisciar a incatramata Gòmena, impresso sull’aguto grifo Portava un segno qual di teschio umano. Alla voce del Duca egli tendeva Erte le anella ed ubbidiva come Debil fanciullo. Misteri di sangue E di ferocia infami eran fra il Duca Ed il serpente; guardïano al varco Del gineceo vegliava il mostro attorto Co’ groppi orrendi, nè donzella mai Tentò passo di fuga in quelle stanze.

Dodici Conti aveva il Duca eletti A suoi ministri. Un dì bevendo a cena, Ebro il Duca, ebri i Conti (avea ciascuno La sua donna da lato) il Duca afferra, Mosso da noia o da delirio, il crine Di Mirra sua, söave amor, fanciulla Giovanissima e bella, e col pugnale Orribilmente le schianta la testa.

Pur nel dimane sentì cruccio il Duca Del tetro caso e la sua bruna Mirra Pensò e l’azzurra delle sue pupille Luce serena, e l’oriental scïenza Delle sue carni or non più calde; e scrisse Per Vitale Candian Doge a Venezia E suo congiunto, un famigliar preghiero Ove chiedea la più formosa donna Delle lagune e la più casta. Il Doge Trovò la Dea da un usurier sul lido Della Giudecca, che vendea per oro Le figlie sue; poi su galèa dogale La mandò regalmente a quel di Creta.