Italian poem
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by Arrigo Boito
Poichè ho l’anima cupa e sbigottita, Poichè l’incubo lento della vita Oggi è più tetro e più franta la fè; Poichè ritorna a sommo del pensiero, Come sull’acque un annegato nero. Quel tedio eterno che gràvita in me;
Poichè sul muro della stanza cheta Irride alle bufere del poeta Un bel raggio di sol, Sguardo di luce che viene a beffarmi E par che dica: «Poeta i tuoi carmi Hanno tarpato il vol,»
Canterò, canterò le primavere, Le convalli, le selve, le riviere. L’allegria delle rondini e dei fior, Canterò lo splendor degli orizzonti. Tavolozze d’aurore e di tramonti Dove Dio stempra e sfuma il rosa e l’or.
Canterò le giornate erranti e pazze, I teatri, i vïottoli, le piazze, I giocondi compar; Canterò le farfalle e il firmamento, La nube orïental che fila il vento, Le risate del mar.
Canterò la più vaga creätura, L’occhio più blando, la fronte più pura, Il più pomposo crin, La più compiuta imagine d’amore Che mai rispose all’ideal del core E al concetto divin.
II.
Sì! nella bianca immensità lontana, Al di là della vitrëa campana Che noi chiamiamo ciel, V’è un Poeta divin che prevedeva Nell’ile informe la bellezza d’Eva E il fiore nello stel.
Credo! e dal raggio di quei casti sguardi Viene vêr me l’antica fé de’ bardi, L’antico amore e l’antica pietà, Un’aura di pensier soavi e cheti. Un disio di baciar degli amuleti, Di dire un ave e di far carità.
Sì, nel giorno del lieto funerale, Quando sarò una linea orizzontale Sei piedi sotto il suol, E più non si vedrà la mia figura, Curva siccome una spiga matura, Dei vivi in fra lo stuol,
Esalerò dalle pupille spente L’anima sciolta e di letizia ardente E volitando o donna andrò vêr te. Là, nelle fredde notti, al fosco tetto, Sarò la fiamma del tuo caminetto E al mio tepor ti farai rosa i piè.
Ti splenderò fatate visïoni. Poemi di scintille e di carboni Dall’ermo focolar. E quando sparirò sul far dell’alba, Nella tua cella taciturna e scialba Più non potrai sognar.