Italian poem
Deh chi nobile prora
Strofe. Deh chi nobile prora Bene spalmar m’insegna Per via che in picciol’ora, Grecia, a tue care foci oggi men vegna? Non già per ascoltar voce sonora, Che ad udire innamori, Egregia dote di quei nobil regni, Ove sublimi ingegni Tiranneggiaro di buon grado i cori. Antistrofe. Nè men desío mi prende Mirar gli ampj teatri, Che in lunghi solchi or fende Ingordo studio di villani aratri. Chi può chiudere il varco? e chi contende Degli anni al forte assalto? Inebbriano i desir mortal speranza; Che caduca possanza S’avvalla più, quanto più sorge in alto. Epodo. Traggemi a sè la regïone Achiva, Per inchinarmi a ribaciare il suolo, Che sotto il piè d’Andrea lieto fioriva, Duce fedel, che precorrea suo stuolo, Rupe del mar sonante alle percosse, Aquila per lo ciel d’invito volo, Che la vista dal Sol mai non rimosse. Strofe. Secreti almi celesti Cantando oggi han da dirsi; Lunge dunque s’arresti Vulgo che di follie non sa pentirsi; Alma Cristiana a sofferir s’appresti. Non è fallace istoria, Che per viaggio di martir profondo Tolti dal basso mondo I seguaci di Dio giunsero a gloria. Antistrofe. Sotto crudel bipenne Jacopo già cadeo, E pure a fin pervenne Lacrimoso a narrar Marco e Matteo: D’olio bollente in fiero ardor sostenne Giovanni angoscia rea: Pietro sul Vatican levossi in Croce; Nè pena manco atroce Vede in Patrasso apparecchiarsi Andrea. Epodo. Peregrinando ivi ripose il piede, E col valor de’ suoi mirabil detti Salda piantossi e germogliò la Fede: Fece di vero Amor fervidi petti, E diede bando per altrui salute A’ falsi Numi da’ lor proprj tetti, Non già mai stanco d’insegnar virtute. Strofe. Al Rettor dell’Impero Ciò non passò nascoso; E pria fu lusinghiero, Poi ver l’Anima pia fu disdegnoso: Ma quando a lui sviar dal buon sentiero Ei si trovò mal forte, Pur con arte di priego, e di minaccia, Tutto avvampando in faccia, E più nel petto, ei consegnollo a morte. Antistrofe. Come le labbra aperse, E fu suo dire inteso, Immantinente s’erse Tronco, ove Andrea si consumasse appeso: Le turbe folte, al vero Dio converse, Tutto di pianto il volto Udian dell’Innocente il fier martire; Ed ei, forte ad udire! Avea sommo nel cor gaudio raccolto. Epodo. Come cervetta, che in selvaggio monte Già stanca da lontan scorge l’argento Scender pian pian di solitario fonte Cresce velocitate al piè di vento, Tanto le limpid’acque ella desira: Sì corre al tronco del mortal tormento L’Uom Santo, e così parla, ove il rimira: Strofe. O ben composto legno, Ove il Signor che adoro Placò l’alto disdegno, E fe’ beato me col suo martoro: O Croce, in te m’affiso, a le men vegno; Aprimi tu la strada Per l’angoscia fuggir, che stammi intorno; Sicchè all’almo soggiorno Col sempiterno Redentor men vada. Antistrofe. Si dice; indi si spoglia, E sponsi a’ crudi scempi, Adempiendo la voglia, Che dell’aspre sue pene avean quegli empi, Perchè piange la plebe? Onde s’addoglia? E tutto il Cielo oltraggia, Se minimo piacer le si contrasta? Or com’è, che non basta Un sì nobil esempio a farla saggia? Epodo. Qual di diletto, e qual d’onor conforto, Qual’era in terra per Andrea ricchezza Possente a far ch’ei s’adorasse morto? Vero valor, vera virtù s’apprezza Là ’ve non giunge froda: i nostri pregi Sono inchinarsi alla divina altezza; Poverello di Dio sovrasta i Regi.