Italian poem
Tedio e primavera
by Giovanni Prati (1814–1884)
La cingallegra canta sul ramuscel natío, che april di verde ammanta. Con dolce susurrío, come un’argentea zona, brilla fra l’erbe il rio. La sua natal canzona l’errante savoiardo sulla gironda suona. Esce un acuto dardo tinto d’ebbrezza arcana da ogni virgineo sguardo. Qual cervo alla fontana, s’abbevera d’amore tutta la stirpe umana. Sol io, sol io nel core d’ogni terrestre gioia ho disseccato il fiore. La solitaria noia m’assalta, come fiera, e la sua preda ingoia. Oh, allegra primavera, come oramai mi sento altro da quel ch’io m’era! All’occhio infermo e lento si semina di stelle indarno il firmamento. Son dissipate ancelle dalla nativa casa le mie canzon piú belle. L’alma di tedio invasa, vinta a nefande lotte, è come selva rasa, sulle cui piante rotte riposa il ladro, e rugge il vento della notte. La mia ragion si strugge in campo d’ombre; e il senso fin del dolor mi fugge. Or che son io? che penso a questo mondo in faccia e a questo cielo immenso? Ferrea catena allaccia lo spirito infinito e le impotenti braccia. E son nocchier smarrito in barca, che si spezza per mar che non ha lito. Dell’onde sull’altezza il Tempo mi deride e a disperar m’avvezza. Perché, perché mi stride la livida tempesta sul capo e non m’uccide? Ahi! la mercede è questa del vagheggiato sole, che m’è sepolto in testa. Sulle innocenti aiuole io seminai sospiri, e non mietei che fole. Ah! nei suoi vasti giri altro non è la terra che un astro di martíri. dove si piange ed erra, sin che una zolla breve o un sasso vil ci serra! Né la cadente neve, né la nascente rosa, né l’aura fresca e lieve, né fama gloriosa, né dei rimasti i lai, né ogni creata cosa, né il vasto ciel co’ rai, né il mar colla sua voce ci sveglierá piú mai. Questo è il pensier che coce, questo è il calvario orrendo, questa è l’orrenda croce. Io giá su lei mi stendo, e nell’iniqua fossa pria di morir discendo. E queste polpe ed ossa si disfaran, siccome fronda dal ramo scossa. Or che mi giova un nome e un maladetto alloro sulle tradite chiome? Sogni e fantasmi d’oro il mio guanciale han cinto: dovrò sparir con loro. E sul caduto estinto sorriderá la Morte, come al cader d’un vinto. Oh! mie superbie corte, un’ombra inerme io sono, e mi credeste un forte? Oh! mente mia, che in trono un dí seder ti parve, sei vanitá di suono. Oh! mie celesti larve dell’anima fanciulla, quando da voi disparve la luce della culla, voi mi lasciaste adulto col mio saper, che è nulla. Studi del mondo occulto, baldanze del pensiero, io vi beffeggio e insulto. Trista rugiada è il vero: altro non nutre e pasce che il fior del cimitero. Beato è chi non nasce, o, generato appena, muor nelle bianche fasce! Ah! su quest’empia arena d’esilio e di peccato, sola una larva è piena dei raggi del creato: la larva che matura sotto uno sguardo amato. Larva che poco dura, ma che, di fior coperti, ci mena in sepoltura. Della sua mano i serti trasformano in altari i funebri deserti. Ella gli spasmi amari del tormentato ingegno rende soavi e cari. Ella di Dio dá segno in questa buia chiostra dove ha Satáno il regno. Deh! se il mio cor si prostra a’ cenni tuoi, gran Dio, deh! per pietá mi mostra, scossa dal lieve oblio, la dolce larva ancora del paradiso mio! Dai vesperi all’aurora ben io la sogno, e l’alma come il pensier l’adora. Simile a nivea salma, ella talor mi brilla per notte azzurra e calma. Talor la sua pupilla il solitario foco dal cor mi dissigilla. E allor celeste è il loco dond’io la guardo e tremo; divino è il tempo e poco. Allor l’inerte e scemo vigor mi torna, e sento tutto il mio ben supremo. E in mute ebbrezze intento, fuor che il pensier, che l’ama, di me tutt’altro è spento. Nulla il mio cor piú brama, perché rapito in lei altri che lei non chiama; né ben narrar potrei se sien di morte o vita i rapimenti miei. Ma so ch’è una romita gioia profonda e strana, ch’io non ho mai sentita. E forse ancor l’insana mente delira, e crede a una fredd’ombra e vana; ombra che vola e riede, ombra che inutil vive, o ad altri amor dá fede. Cocenti e fuggitive ore del nostro sogno, perché si piange e scrive? Penna, che invan rampogno, perché non ti rifiuti a questo reo bisogno? Lampa, che guizzi e muti gli ermi chiarori tuoi, perché non mi saluti? perché morir non vuoi? Segni d’inchiostro informi, perché vivete or voi? Mente, perché non sciôrmi dalle malie fallaci? Pensier, perché non dormi? Cor mio, perché non giaci? Taci, indignata musa: china la testa e taci. La fantasia confusa cinta è d’angoscia e d’ira, come caverna chiusa, dove il lion s’aggira, o dove, occulta a tutti, crepita ardente pira. Ah! del pensiero i lutti lo rodono e lo sfanno, come la nave i flutti. E l’uom, vivente inganno, altro non sente alfine che il suo pensier tiranno. E voi, nelle divine aure del ciel, che fate, perpetue pellegrine prima dell’uom create, stelle d’arcane tempre?... Ah! voi di lá ruotate sull’uom che sogna sempre.