Versos Italian Giovanni Prati Tristezza e speranza

Italian poem

Tristezza e speranza

by (1814–1884)

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Coi giacenti sulla porpora, cogli arrisi dalla sorte non comunica il mio spirito; triste egli è sino alla morte! Io non cerco un facil vanto: cerco i pochi che in amor benedicano al mio canto, sentan meco il mio dolor.

Cerco i pochi! Innumerabile è lo stuol dei travagliosi; scarso è quel che nella provida sua mestizia si riposi. La sventura non è bella, glorioso il duol non è, se la mente si ribella alla man che ce lo die’.

Debil creta, e perché susciti un lamento contro Dio, se anzi tempo il dí novissimo ti sorgiunge dell’addio?... Cielo e terra in suo linguaggio non ti grida e notte e dí: — Cingi i sandali al viaggio, la tua casa non è qui? —

Tu fra sterpi hai visto un gracile fiorellin di primavera: lo prometti a la tua vergine, e tel toglie la bufera. Tra le care e note piante cantar senti un usignuol, e dal piombo fulminante è ferito, e cade al suol!

Come il raggio, che continuo parte e riede al suo pianeta, tutto parte da un’origine, riede tutto ad una meta. Sogna e passa chi l’ebrezza ha sul volto del piacer; chi negli occhi ha la tristezza, va solingo e trova il ver.

Soffri e spera! Se i tuoi gemiti con la speme avrai contati, per un altro in altra patria ti verran rimeritati. Sono povere e fugaci le mercedi di quaggiú... Prega e soffri, attendi e taci: pensa il cielo alla virtú.

Pensa il cielo a quelle lagrime, che nei dí dell’abbandono, non sacrileghe, dai poveri occhi tuoi grondate sono: e se il mondo non le vide, ebber l’ombra per altar! Facilmente il mondo ride, e conduce a disperar.

O fanciulla, nel terribile sovvenir degli anni casti, pensa il cielo alle vigilie che nel pianto consumasti. Passa il mondo, e a te non bada, come un ispido villan, che calpesta sulla strada un bel fior cresciuto invan.

E voi, nati dall’obbrobrio, le incolpabili pupille sollevate dalla polvere: al suo regno Iddio sortille. Chi vi niega un breve letto vuole il sonno a sé rapir: sette volte è maladetto chi vi stringe ad arrossir!

Ma lassú nelle sue pagine, come raggi, ha Iddio raccolto il sospir de la vostr’anima, il rossor del vostro volto; e quel cencio, che è tesoro d’una santa povertá, nel gran giorno in veste d’oro il Signor vi muterá.

E voi tutti, che dai visceri della madre al duol venite, se nel dubbio vi tremarono mente e cor, non vi smarrite! L’arduo dí dello sconforto Dio non pesa col rigor: di Getsemani nell’orto tremò anch’egli il Salvator.

Senza posa al vacuo giubilo perché corri, o cieco mondo, e per l’uom, che non ti séguita, hai lo scherno inverecondo? Una prece mormorata nel dolor non sai che val, né una lacrima versata da uno spirito immortal!

Terre e monti spezzerannosi come un fragile arboscello, e consunti andran gli oceani come l’onde d’un ruscello; sin la luce andrá smarrita, che per tutti Iddio creò... Sol chi pianse avrá la vita fuor del mondo, ov’ei sperò.

Io son triste, e sol comunica il mio spirto coi dolenti; ma si volge e riconsolasi nella patria dei redenti, qual chi torna e via nel piano riconosce il caro ostel, o intravede di lontano una parte del suo ciel!