Italian poem
Tra veglia e sonno
by Giovanni Prati (1814–1884)
Un verno a notte bruna, mentre nell’erma stanza d’Usca inducea la luna un pallido chiaror, cantò questa romanza il reduce Gildor.
«Senti, diletta mia: la mezzanotte appressa; io gelo sulla via, e tu non vieni ancor: compi la tua promessa; vieni, mio dolce amor.
Eccoti il lino bianco, segnal della tua fede; mirami cinta al fianco la ciarpa tricolor; vieni, nessun ti vede, angelo del mio cor.
Mio bel tesor, calcai sabbie infuocate e nevi; un oceán varcai per te, mio bel tesor; per me varcar tu devi solo un vial di fior.
Tu mi dicesti un giorno, con lacrime dirotte: — Quando farai ritorno, chiamami, o mio Gildor; chiamami a mezzanotte: ti volerò sul cor. —
Senti, diletta mia, la mezzanotte appressa; io gelo sulla via, e tu non vieni ancor; compi la tua promessa, vieni, mio dolce amor.
Soldato e trovatore, piú belle ho salutato; ma, te recando in core, fu mio secondo amor la spada del soldato e il suon del trovator.
Che fai, diletta mia? Quell’ora è giá suonata. Io gelo sulla via, e tu non vieni ancor... Ti sei di me scordata; addio, mio dolce amor.
Soldato e trovatore, le belle ho ricusato; or, senza te nel core, sará mio solo amor la spada del soldato e il suon del trovator.»
E dileguò. Svegliata Usca sul far del giorno, disse d’aver sognata la voce di Gildor; e aspetta il suo ritorno la poveretta ancor.