Italian poem
Fonte, che d'un Pegaso
by Giuseppe Battista (1610–1675)
Fonte, che d’un Pegaso vanti scultrice industre unghia pennuta, e del sacro Parnaso tagli l’aonie vie con onda arguta, versa da’ fianchi infranti a bagnarmi le labra umido rio; i tuoi garruli pianti concessi a me, saranno il Febo mio; l’acqua, che un tempo encomiò Talete, con metri ascrei di celebrare ho sete. La divina potenza poiché trasse dal nulla e cielo e terra, con la sua trasparenza l’acqua nel dí secondo emerge ed erra; e, benché sia distinta da’ compagni elementi e pur sul dorso di tenebre dipinta e scioglie su la terra ignoto il corso, lo spirto del Signor, che non ha moto, gode di passeggiar su l’acqua a nuoto. Poscia nel proprio loco imprigiona se stessa e nome ha mare; con istrepito roco intriga le sue spume e sono amare, e se talor da’ venti, araldi di tempesta, ha fier conflitto, i suoi liquidi argenti non sanno valicar l’orlo prescritto: tra le fauci singhiozza alto muggito, ché lo stringe fra ceppi un secco lito. Oh come sembra lieto quando increspa i suoi piani aura clemente, e con flagel discreto bacia di bianco umor scoglio pungente! Su la fronte canuta apre le placidezze e par ch’e’ rida, i piloti saluta con amico fragore, e quegli affida a corredar gli abbandonati pini e di remi voganti e d’aurei lini. Per non visti canali dalle viscere erutta umide moli, che sui monti ineguali, come s’avesser penne alzano i voli. Sul Caucaso nevoso l’Indo, che all’India il nome diede, ascende, e da quel crin selvoso precipita se stesso e giú discende. Ha per balze montane erta salita contro il peso nativo il Tanai scita. Mille scherzi natura opra nell’acque e le ragioni asconde. Odio perpetuo giura contra il vino chi bee clitorie l’onde. L’acqua di Giove Ammone cuoce su l’alba e nel meriggio agghiaccia; l’affrica regïone chiude fonte cantor, che i sensi allaccia, e, se l’umor d’un lago Epiro avventa, spegne la face accesa, arde la spenta. Qui cade un legno breve, e diviene, caduto, un sasso grande; ivi fronda, ch’è lieve, in augello si cangia e l’ali spande; e qui dolce talora, ed è salsa talor linfa incostante; bianca gregge colora ivi di nero vel Peneo spumante, e del Galeso mio l’onda sincera veste di bianche lanegna ch’è nera. A consolar la state dispensa anima all’erba, anima al fiore, e prolunga l’etate al fiore, all’erba, il derivato umore. Dov’acqua abbonda, è vivo tronco al suol, ramo al tronco e frutto al ramo; ma poi, se d’acqua è privo, e frutto e ramo e tronco arso veggiamo, e se l’acqua non porge all’uomo aita, cade languido l’uomo e senza vita. Ubbidïente all’arte talor si rende e rende l’arte illustre; l’ore al tempo comparte, se la chiude in duo vetri ingegno industre. In un filo ristretta con assiduo vïaggio ella giú cade, e con caduca fretta mostra caduca ancor l’umana etade; insegna a noi ch’ogni terrena massa è debil filo e come l’acqua passa. Il passaggio sicuro al fuggitivo ebreo l’acqua concede; s’erge in liquido muro e lascia intatto al peregrino il piede. Siegue l’oste d’Egitto e si finge ai suoi passi il passo asciutto; ma sul denso tragitto rapido scende, e poi l’annega il flutto. Varïando cosí nel mar la sorte, vita incontra l’ebreo, l’egizio morte. È lavacro al mio Cristo l’acqua del bel Giordano; e qui, diviso mentre il cielo fu visto manda pura colomba il paradiso. Mentre il balen veloce, e col tuono il balen l’etra tempesta, del padre Dio la voce esser figlio di Dio Gesú protesta. Nell’acqua palesò l’esser divino il mio Gesú, quando mutolla in vino. Su le cime d’un monte poich’è confitto in croce e pende esangue, versa dal cavo fonte del petto lacerato ed acqua e sangue; e dall’umida vena la vista impetra il feritor ch’è cieco; quando teme la pena, allor porta mercè del fallir bieco. Ma qual vanto maggior? L’acqua cancella la colpa a noi, ch’original s’appella.