Versos Italian Pietro Metastasio Or che niega i doni suoi

Italian poem

Or che niega i doni suoi

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OR, che niega i doni suoi La stagion de’ fiori amica, Cinta il crin di bionda spica Volge a noi - l’Estate il piè E già sotto al raggio ardente Così bollono le arene, Che alla barbara Cirene Più cocente - il Sol non è. Più non hanno i primi albori Le lor gelide rugiade; Più dal Ciel pioggia non cade, Che ristori - e l’erbe e il fior, Alimento il fonte, il rio Al terren più non comparte, Che si fende in ogni parte Per desìo - di nuovo umor. Polveroso al Sole in faccia Si scolora il verde faggio, Che di frondi al nuovo Maggio Le sue braccia - rivestì; Ed ingrato al suol natìo Fuor del tronco ombra non stende, Nè dal Sol l’acque difende Di quel rio, - che lo nutrì. Molle il volto, il sen bagnato Dorme steso in strana guisa Su la messe già recisa L’affannato - mietitor; E con man pietose e pronte Va tergendogli la Bella Amorosa villanella Dalla fronte - il suo sudor. Là sù l’arido terreno Scemo il can d’ogni vigore Langue accanto al suo Signore, E nè meno - osa latrar; Ma tramanda al seno oppresso Per le fauci inaridite Nuove sempre aure gradite Con lo spesso - respirar. Quel torel, che innamorava Del suo ardir ninfe, e pastori Se ne’ tronchi degli allori S’avvezzava - a ben ferir; Del ruscello or sù le sponde Lento giace, e mugge e guata La giovenca innamorata, Che risponde - al suo muggir. Per timor del caldo raggio L’augellin non batte l’ale: Alle stridule cicale Cede il faggio - l’usignuol. Mostran già spoglie novelle Le macchiate antiche serpi, Che ravvolte a’ nudi sterpi Si fan bello - in faccia al Sol. Al calor del lungo giorno Senton là ne’ salsi umori Anche i muti abitatori Che il soggiorno - intiepidì; E da’ loro antri muscosi Più non van scorrendo il Mare, Ma fra’ sassi e l’alghe amare Stanno ascosi - a’ rai del dì. Pur l’estate tormentosa, S’io rimiro, amata Fille, Le tue placide pupille, Sì penosa - a me non è. Mi conduca il cieco Dio Fra’ Numidi, o al Mar gelato; Io sarò sempre beato, Idol mio, - vicino a te. Benchè adusta abbia la fronte, Con le curve opposte spalle Un’ombrosa opaca valle Cela il monte - al caldo Sol: Là dall’alto in giù cadendo Serpe un rio limpido e vago, Che raccolto in picciol lago Va nutrendo - il verde suol. La del Sol dubbia è la luce, Come suol notturna luna; Nè pastor greggia importuna Vi conduce - a pascolar: E, se v’entra il Sol furtivo, Vedi l’ombra delle piante Al variar d’aura incostante Dentro il rivo - tremolar. Là, mia Vita, uniti andiamo, Là cantando il dì s’inganni: Per timor di nuovi affanni Non lasciamo - di gioir; Che raddoppia i suoi tormenti Chi con occhio mal sicuro Fra la nebbia del Futuro Va gli eventi - a prevenir. Me non sdegni il biondo Dio Mie con Fille unisca Amore; E poi sfoghi il suo rigore Fato rio, nemico Ciel: Che il desio non mi tormenta O di fasto, o di ricchezza; Nè d’incomoda vecchiezza Mi spaventa - il pigro gel. Curvo il tergo, e bianco il mento Toccherò le corde usate, E alle corde mal temprate Roco accento - accoppierò: E a que’ rai non più vivaci Rivolgendomi talora, Sù la man, che m’innanora, Freddi baci - imprimerò. Giusti Dei, che riposate Placidissimi su l’Etra, La mia Fille, e la mia cetra Deh serbate - per pietà. Fili poi la Parca avara I miei dì mill’anni e mille; La mia cetra, e la mia Fille Sempre cara - a me sarà.