Italian poem
Il Giardino Dell'Adolescente
by Ada Negri (1870–1945)
I.
_Gli occhi. _
La fanciulla ch'io sveglio in questi vani versi, altra grazia non avea nel viso che lo splendor degli occhi sovrumani.
Nessuno sguardo sostener potea lo sguardo di quegli occhi, ove una fiamma più intensa della vita era: l'Idea.
Lucean per rogo interno fra l'oscura massa dei ricci, ammorbidendo il grave profilo e il taglio della bocca pura.
Ogni raggio ogni fiore ogni diversa beltà di cieli e di terrene forme vi si specchiava come in acqua tersa,
e velavan le ciglia un sogno enorme.
II.
_La stanza e il balcone. _
Era nuda la stanza, con pareti bianche di calce, un crocifisso al letto, qualche libro nei freddi angoli queti.
Ma dal balcone Ella scorgea le frecce delle rondini a volo--e libertà irrompeva col vento nelle trecce:
e un aroma di prato e di boscaglia acutamente dal giardin salìa folle di rose e denso di ramaglia.
L'Adolescente in sè fingea le vite colà viventi: erba che cresce, fronda che svetta, arsa tristezza d'appassite
rose, palpito d'ala vagabonda.
III.
_Re Sole. _
Leggera Ella passava fra le ajuole: pensava: Sono un fiore o una fanciulla?... O son l'innamorata di Re Sole?...--
Le penetrava il sol dentro i capelli, dentro le carni, con sottil delizia saturando di forza i fianchi snelli:
onde di vita, onde di gioja acerba s'abbattevan su lei, simili al vento che bacia e piega al suo passaggio l'erba.
Ell'era una lucente creatura di sole--nata pei meriggi, quando su le rïarse terre la calura
sta come un rogo, immota balenando.
IV.
_La via. _
Dietro il cancello una solinga e tetra via risognava il suo centenne sogno e l'erba le crescea fra pietra e pietra.
Appuntava alle sbarre la sua faccia l'Adolescente, con desìo febbrile cercando il mondo sulla muta traccia:
ed il mondo per essa era una rete di giardini e di strade, immerse in una fulgida e profondissima quiete:
in quel silenzio un'eco di campane, in quella luce uno sbocciar di fiori: dietro le porte un balenío di strane
pupille, ardenti di secreti ardori.
V.
_La gamma. _
«Do re mi fa sol la....» La gamma eterna da lontana invisibile tastiera saliva e discendea con ansia alterna.
Saliva al par d'un'ala che s'avventi al cielo, discendea con la ruina precipite di frane e di torrenti:
in sè il principio d'ogni ritmo e l'onda d'ogni cadenza e il vivo cuor del canto chiudeva, innumerevole e feconda:
e all'anima fanciulla il senso della vita apparve così, dentro una gamma; ed ogni voce essa vi udì: da quella
dei sogni al disperato urlo del dramma.
VI.
_I fiori del sogno. _
Allor che il sonno la gettava inerte sul capezzale, e in quel sopor parea morta, nell'ombra, con le palme aperte,
tutti i suoi fiori Ella sognava.--In una luce scialba e malata, che non era notte, nè giorno, nè sole, nè luna,
simili a bocche umane le corolle di viva carne protendeansi ai baci dell'aria; ed altre sorridean con molle
riso, ed altre eran occhi, occhi splendenti di passïone in volti di follia; e mormoravan verso gli astri spenti
parole di divina nostalgia.
VII.
_Il sangue. _
Il sangue, il sangue!... Lo vedea, nel grembo d'ogni fiore vermiglio, nelle nubi d'alba e di vespro, nell'orror del nembo;
lo sentiva nel rombo d'ogni arteria, denso, caldo, gagliardo, veemente, sola ricchezza nella sua miseria.
Da quale avo guerriero quell'ebbrezza del sangue a lei veniva, e, nel sognarlo, quell'occulta spasmodica dolcezza?...
Fontanelle di sangue zampillare scorgea dall'imo del suo cor profondo; e d'un tragico rosso imporporare
ogni giardino ed ogni via del mondo.
VIII.
_La visione. _
A raccoglier nel cavo della mano quel suo bel sangue dilagante a rivi, venìan turbe, da presso e da lontano.
Le vesti in cenci lor cadean da' fianchi, avean nodose mani e scarni volti, e labbra ansanti, come di chi manchi.
Col gesto d'una belva che si sazia bevevano alla dolce fonte umana generatrice di forza e di grazia.
E più scendea per vene sitibonde il tesoro di vita, e più nel cuore della Sognante rifluiva in onde
dense di succhi, turgide d'amore.
IX.
_La vita. _
Che voleva da lei la vita?...--Tutto.-- Ella sentiva d'esser sacra.--In lei niun atomo poteva esser distrutto.
L'aria l'erba la terra il fiore il raggio si trasmutavan nella sua sostanza con la fecondatrice ansia del Maggio:
dalla punta del piede agile, al torso nervoso, al casco dei capelli neri, Ella era frutto che attendeva il morso.
Oh, vivere la piena vita!... Oh, fra le avide mani stringerla, per sete di spremerne ogni succo, ed anche il male,
e le più aspre verità segrete!...
X.
_La partenza. _
Un giorno Ella partì, per la sua strada. Ogni energia per vincere temprata aveva, in fiamma e in ghiaccio, al par di spada.
Vide paesi, vide ampie città. Pulsar sentì nel suo fraterno cuore il cuore enorme dell'umanità.
Le parve d'esser cento e d'esser mille. Fu la donna del gran sogno vermiglio. Nel sole abbacinò le sue pupille.
Ma a poco a poco si trovò smarrita, nè seppe come.--Ognuno era scomparso.-- Si trovò sola, a mezzo della vita,
fra le sterpaglie d'un campo rïarso.
XI.
_La nostalgia. _
Ora vorrebbe, ma non può tornare al tempio di sua fiera adolescenza. O ricordo, o divina alba sul mare!...
Forse i rovi s'aggrappano alle porte, ora: forse la quercia è rasa al suolo, fra l'aggroviglio delle rose morte.
Che direbber, vedendola, i cancelli arrugginiti?... «Ohimè, come diversa!... Sei tu colei che aveva occhi sì belli,
labbra sì rosse, e qui tra fronda e fronda crebbe, ed il lembo del suo cielo scôrse?... Che cerchi, con la bocca sitibonda?...
Un sorso d'acqua?... Il sogno antico, forse?...»
XII.
_Suora Morte. _
--Come stanca!... Abbandònati sul fresco terreno.--Ancor, mattina e sera, l'Ave suona, in rintocchi píi, da San Francesco.
Ti ricordi di quando eri fanciulla?... Contavi ad uno ad uno i lunghi steli dell'erba, e d'essi ti facevi culla....
Se la tua carne soffre e vuol dormire, oh, nulla qui ti sveglierà, nemmeno le rondinelle coi lor voli a spire.
Cresceranno dal tuo corpo sottile cespi di menta e violette smorte, e tu respirerai l'antico Aprile
per sempre....--Benvenuta, Suora Morte.»