Italian poem
Senza Nome
by Ada Negri (1870–1945)
Io non ho nome.--Io son la rozza figlia Dell'umida stamberga; Plebe triste e dannata è mia famiglia, Ma un'indomita fiamma in me s'alberga.
Seguono i passi miei maligno un nano E un angelo pregante. Galoppa il mio pensier per monte e piano, Come Mazeppa sul caval fumante.
Un enigma son io d'odio e d'amore, Di forza e di dolcezza; M'attira de l'abisso il tenebrore, Mi commovo d'un bimbo alla carezza.
Quando per l'uscio de la mia soffitta Entra sfortuna, rido; Rido se combattuta o derelitta, Senza conforti e senza gioie, rido.
Ma sui vecchi tremanti e affaticati, Sui senza pane, piango; Piango su i bimbi gracili e scarnati, Su mille ignote sofferenze piango.
E quando il pianto dal mio cor trabocca, Nel canto ardito e strano Che mi freme nel petto e sulla bocca, Tutta l'anima getto a brano a brano.
Chi l'ascolta non curo; e se codardo Livor mi sferza o punge, Provocando il destin passo e non guardo, E il venefico stral non mi raggiunge.
NON MI TURBAR....
Se qualche volta i tuoi detti d'amore, Assorta, io non ascolto, E m'ardon gli occhi, e insolito pallore M'imbianca il labbro e il volto;
Se, di tutto dimentica, reclino La bruna testa, e penso, Non mi turbar--dinanzi a me, divino, Si schiude un mondo immenso.
Da le nubi squarciate io vedo il sole Cinger, nudo e ridente, Il suol ricco di mirti e di viole In abbraccio possente;
E dai fieni falciati, e da le messi Mareggianti all'aperto, Da le chiome de l'elci e dei cipressi, Da l'arido deserto,
Dai grandi boschi urlanti al vento iroso Con grido appassionato, Dal fremito d'amor voluttuoso Che ravviva il creato,
Sento, sento salir coi voli erranti D'aligere sperdute Soffi larghi, novelli e trionfanti Di forza e di salute.
E non più sangue, non più sangue allaga La dolorosa terra, Non più, feroce ed inflessibil maga, Spiana il fucil la guerra;
Ma tutto il mondo è patria e tutti un santo Entusiasmo avviva, E di pace solenne e mite un canto Vola di riva in riva.
Non più il pazzo furor de la mitraglia Eruttano i cannoni, Non più volan fra mezzo a la battaglia Le belliche canzoni;
Fuma il vapor; rompe l'aratro il cuore A le zolle feraci, Rimbomba de le macchine il fragore, Rosseggian le fornaci;
E sul ruggito leonino e rude De la terra in fermento Libertà le sue bianche ali dischiude Fiera squillando al vento.
VA L'ONDA....
Fra l'alte rive, irrefrenata e cieca, Va l'onda, e piange.--Il plumbeo cielo ascolta. Non ha sorrisi la quieta vôlta. Non l'aura un soffio ne la notte bieca.
Va l'onda, e piange. E nel suo grembo porta E via trascina con mestizia greve Il giovin corpo inanimato e lieve D'una leggiadra suicida smorta.
Va l'onda, e piange.--In quel lamento accolto È l'eco d'un mister torbido e strano; Da quel pianto s'eleva il grido umano D'un disperato amor vinto e travolto.