Italian poem
D'un gran nome alto immortale
by Vincenzo Leonio (1650–1720)
D’un gran nome alto immortale Sovra l’ale Vago un dì d’alzar miei versi Volsi a voi, donna sublime Le mie rime Ed al canto i labbri apersi. Ma in mirar poi tanti, e tanti Chiari vanti, Ch’in voi largo il Cielo unio; Già confuso al primo aspetto L’intelletto Contendea col bel desio. Visto alfin troppo alto segno Al mio ingegno Esser tutti i vostri rai; Tra l’ardente immenso stuolo In un solo Di fissar l’occhio pensai. Mentre intanto il guardo giro, Ed ammiro Tutt’i pregj in voi diffusi, E qual sia di maggior merto Pendo incerto; Stanco il ciglio al sonno io chiusi. Sogno amico allor mi tragge Sulle spiagge Don’Alfeo l’Arcadia inonda; M’offre qui verga gentile, E d’umile Molle lana il sen circonda Porge al crin serto d’alloro, Sparsa d’oro Alla mano eburnea canna, E una greggia dammi in cura, Bianca e pura. Ch’uscia fuor d’una capanna. Lentamente al vicin prato Ch’era ornato D’erbe e fior, pronto la guido; E a temprar del Sole il raggio, D’alto faggio Alla dolce ombra m’assido. Quando scorgo di repente Più lucente Lampeggiare il Cielo, e il giorno; E più lieti i pingui agnelli D’aurei velli Fiammeggiar tutti d’intorno. Volte allor per maraviglia Sù le ciglia Ove più la fiamma ardea Tra le nubi in varie guise Veggio assise Giuno, Palla, e Citerea. Col bel piè l’erbosa arena, Tocco appena, Che ciascuna a me si volse; E con voce irata altera La primiera In tai detti il labbro sciolse: Nobil sangue, ampj tesori, Sommi onori D’armi, e d’ostri io diedi a lei; Tu mal cauto in lance or poni Gli altri doni Gli altrui doni, e i doni miei? Anzi stando ancor sospeso Su ’l lor peso, Fia, che me sprezzar ti vante? Me del Ciel Diva sovrana Me germana, Me consorte del Tonante? Infelice se tua guida Farai d’Ida Il Pastor vano, e leggero! Non sai forse quai ruine N’ebbe al fine D’Asia tutta il vasto Impero? Fè d’orror tutto ripieno Il mio seno La Superba in aria alzossi E in sembianza disdegnosa, Minacciosa Tra le nubi dileguossi. Ma di Pafo la felice Regnatrice Tutta vezzi e tutta riso, Di mia tema allora accorta, Mi conforta Con gli accenti, e più col viso. S’aurea cuna ed auree fasce Ha chi nasce, Dono è sol degli Avi sui: Quella, ch’ora a te fai scopo Non ha d’uopo Mendicare i pregj altrui. Tu ben sai, che nel suo volto È raccolto Ogni fior di mia bellezza: Quale avrai più vago oggetto, Se il suo aspetto Da tue rime or si disprezza? Ben l’avrai, mie voci ascolta, In me volta Palla allor pronta riprende; Ben l’avrai nel puro interno Bello eterno Onde ancor l’Alba risplende. Chiara mente, alti concetti Saggi detti Genti tratto, aureo costume E virtù mill’altre e mille Quai faville, Tralucean da sì gran lume. Egli fu, che al nobil piede L’ali diede Quando lieve in Pindo ascese: Sua mercede dall’Argive Dotte Dive Così dolce il canto apprese. Questo è il Bel, di cui fornita Avrà vita Immortale in ogni etade: Loda or tu quello del viso, Ch’improvviso In un giorno e langue e cade Disse, e sparve. Allor mi desto Tutto mesto, E del vano ardir mi pento: Che i tuoi pregi a narrar mosse Or non posso Lodar tutti; e un sol, pavento. Veggo ancor Giunone. altera, Tal qual’era, Quando irata in aria alzossi: È in sembianza disdegnosa, Minacciosa, Tra le nubi dileguossi.
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